Fare della propria vita un’opera d’arte.
È possibile sintetizzare il film di Martone in una
scelta di bellezza che si concretizza
nell’arte che permea l’intera narrazione filmica?
La trama si dipana dalla storia individuale di una
giovane ragazza di Capri, Lucia (Marianna Fontana) una pastorella giovane e povera nonché analfabeta.
Durante i percorsi pastorizi della ragazza con le sue capre sulle rocce a strapiombo sul
mare caprese, Lucia scorge da lontano
una comunità naturista che desta in lei una curiosità vivace e coinvolgente
tanto da riuscire a prenderne parte, conoscendo, inoltre, l'amore del pittore Seybou ( Reinout Scholten van Aschat)
Dicendo addio alla famiglia e ai suoi dettami
tradizionalisti e conservatori, la giovane riesce ad apprendere con avidità l’inglese,
la lingua usata dalla comunità e il piacere della lettura.
La storia di Capri Revolution non è utopistica,
slegata da ogni riferimento storico, ma anzi, con dettagliata armonia si
contestualizza nei primi del Novecento nell’Italia controversa allo scoppio
della prima guerra mondiale.
La collettività, allora, come alter e come parte, le
idee socialiste del giovane medico che suggerisce alla giovane di diventare
infermiera, socialista interventista che apre la strada al ventennio, l’illusione
di quegli anni e a fare da cornice alcuni socialisti russi che discutono della
rivoluzione bolscevica.
Un quadro attento agli animi dell’epoca, quello
dipinto da Martone. Ma perché l’arte?
L’arte è il senso che la comunità dà alla propria
esistenza collettiva ed è l’arte di vivere che sposerà la giovane caprese.
Dopo il “Giovane favoloso” stavolta la ribellione
intellettuale sposa l’arte come utopia e come sogno da realizzare, né favolistico
né sovrabbondante, Lucia ben incarna un animo femminile perturbato e pronto a
completarsi come dettame necessario e indispensabile in un percorso di
affermazione come stato di bisogno.
Emiliana Chiarolanza
