mercoledì 23 gennaio 2019

Capri Revolution.. un film di Mario Martone… recensione.







Fare della propria vita un’opera d’arte.
È possibile sintetizzare il film di Martone in una scelta di bellezza che si concretizza nell’arte che permea l’intera narrazione filmica?
La trama si dipana dalla storia individuale di una giovane ragazza di Capri, Lucia (Marianna Fontana)  una pastorella giovane e povera nonché analfabeta.
Durante i percorsi pastorizi della ragazza  con le sue capre sulle rocce a strapiombo sul mare caprese,  Lucia scorge da lontano una comunità naturista che desta in lei una curiosità vivace e coinvolgente tanto da riuscire a prenderne parte,  conoscendo, inoltre, l'amore  del   pittore  Seybou ( Reinout Scholten van Aschat)
Dicendo addio alla famiglia e ai suoi dettami tradizionalisti e conservatori, la giovane riesce ad apprendere con avidità l’inglese, la lingua usata dalla comunità e il piacere della lettura.
La storia di Capri Revolution non è utopistica, slegata da ogni riferimento storico, ma anzi, con dettagliata armonia si contestualizza nei primi del Novecento nell’Italia controversa allo scoppio della prima guerra mondiale.
La collettività, allora, come alter e come parte, le idee socialiste del giovane medico che suggerisce alla giovane di diventare infermiera, socialista interventista che apre la strada al ventennio, l’illusione di quegli anni e a fare da cornice alcuni socialisti russi che discutono della rivoluzione bolscevica.
Un quadro attento agli animi dell’epoca, quello dipinto da Martone. Ma perché l’arte?
L’arte è il senso che la comunità dà alla propria esistenza collettiva ed è l’arte di vivere che sposerà la giovane caprese.
Dopo il “Giovane favoloso” stavolta la ribellione intellettuale sposa l’arte come utopia e come sogno da realizzare, né favolistico né sovrabbondante, Lucia ben incarna un animo femminile perturbato e pronto a completarsi come dettame necessario e indispensabile in un percorso di affermazione come stato di bisogno.

Emiliana Chiarolanza




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