Se il cinema è racconto allora Gli orsi non esistono è un racconto degno di nota.
Al di qua di ogni tipo di
spettacolarizzazione cinematografica e retorica, il film di Jafar Panahi narra,
su un doppio binario, la storia di un raccontare e lo svolgersi degli
accadimenti.
Un regista sta filmando le sue
scene da remoto, a causa delle restrizioni culturali inflittegli dallo Stato iraniano,
si reca in un piccolo paesino per avvicinarsi al luogo delle riprese.
E così, in un remoto paesino di
confine il regista segue dal suo computer le riprese.
“Che sia una storia di fatti e
persone vere”… così viene descritto il suo film in azione, che ha per
protagonisti una coppia che vuole scappare dal Paese.
Dall’altro lato una serie di
complicazioni culturali e burocratiche rende difficile la vita del regista.
Cosa racconta Panahi dalla terra
degli orsi?
Sembra prioritario il raccontare,
raccontare tutto.
E forse qui si annida il senso
del cinema e della cultura secondo Panahi: che la cultura sia fedele alla sua
inclinazione sociale e umanistica e non avvilita a propaganda o peggio a mera
decorazione dialettica.
La narrazione filmica in bilico
tra contrasto culturale- il piccolo paese di confine e la città- e terrore
sociale, affonda le sue radici nell’impossibilità radicale di dialogare.
Ci sono due diverse esperienze
che sembrano rimarcare questa drammatica impossibilità.
Ci sono due famiglie del paese che
si trovano in conflitto per le sorti di un matrimonio, senza che raggiungano un
accordo e senza che si stabilisca un reale dialogo, risulta drammatico per il
regista ospite, spiegare le sue ragioni sui fatti.
La paura di valicare un limite, simbolicamente
il piccolo paese si trova al confine con la Turchia, un limite non del tutto chiarito
e una necessità di autolimitarsi per non oltraggiare, per non destare sospetti,
per non ferire l’onore degli altri.
E questi altri, impauriti e che
impauriscono, opprimono la scena, con le loro leggi non scritte, le loro regole
di una convivenza che slatentizza paure e dissapori antichi, prede del mondo
della credenza.
Il valore di conoscere e far
conoscere si cela dietro la macchina fotografica che il regista usa per
ricordare e far ricordare, il valore dello scambio si cela dietro la necessità
di parlare e confrontarsi.
È tutta denuncia e non c’è nessun
posto per la denuncia politica che lascia il posto all’arte cinematografica
come narrazione e come testimonianza.
Da lontano leggiamo un’utopia
come le luci di una grande città vicina ma irraggiungibile e come una storia
dalla preannunciata e meschina tristezza, si chiude la storia su un mare in tempesta
che può mietere vittime, quelle più fragili.



