lunedì 10 ottobre 2022

Recensioni (im)possibili. Gli orsi non esistono di J. Panahi


 Se il cinema è racconto allora Gli orsi non esistono è un racconto degno di nota.

Al di qua di ogni tipo di spettacolarizzazione cinematografica e retorica, il film di Jafar Panahi narra, su un doppio binario, la storia di un raccontare e lo svolgersi degli accadimenti.

Un regista sta filmando le sue scene da remoto, a causa delle restrizioni culturali inflittegli dallo Stato iraniano, si reca in un piccolo paesino per avvicinarsi al luogo delle riprese.

E così, in un remoto paesino di confine il regista segue dal suo computer le riprese.

“Che sia una storia di fatti e persone vere”… così viene descritto il suo film in azione, che ha per protagonisti una coppia che vuole scappare dal Paese.

Dall’altro lato una serie di complicazioni culturali e burocratiche rende difficile la vita del regista.

Cosa racconta Panahi dalla terra degli orsi?

Sembra prioritario il raccontare, raccontare tutto.

E forse qui si annida il senso del cinema e della cultura secondo Panahi: che la cultura sia fedele alla sua inclinazione sociale e umanistica e non avvilita a propaganda o peggio a mera decorazione dialettica.

La narrazione filmica in bilico tra contrasto culturale- il piccolo paese di confine e la città- e terrore sociale, affonda le sue radici nell’impossibilità radicale di dialogare.

Ci sono due diverse esperienze che sembrano rimarcare questa drammatica impossibilità.

Ci sono due famiglie del paese che si trovano in conflitto per le sorti di un matrimonio, senza che raggiungano un accordo e senza che si stabilisca un reale dialogo, risulta drammatico per il regista ospite, spiegare le sue ragioni sui fatti.

La paura di valicare un limite, simbolicamente il piccolo paese si trova al confine con la Turchia, un limite non del tutto chiarito e una necessità di autolimitarsi per non oltraggiare, per non destare sospetti, per non ferire l’onore degli altri.

E questi altri, impauriti e che impauriscono, opprimono la scena, con le loro leggi non scritte, le loro regole di una convivenza che slatentizza paure e dissapori antichi, prede del mondo della credenza.

Il valore di conoscere e far conoscere si cela dietro la macchina fotografica che il regista usa per ricordare e far ricordare, il valore dello scambio si cela dietro la necessità di parlare e confrontarsi.

È tutta denuncia e non c’è nessun posto per la denuncia politica che lascia il posto all’arte cinematografica come narrazione e come testimonianza.

Da lontano leggiamo un’utopia come le luci di una grande città vicina ma irraggiungibile e come una storia dalla preannunciata e meschina tristezza, si chiude la storia su un mare in tempesta che può mietere vittime, quelle più fragili.

 Emiliana Chiarolanza

 

mercoledì 28 settembre 2022

Recensioni (im)possibili: Moonage Daydream


 

Non è un documentario Moonage Daydream – titolo della terza traccia dell’album Rise and Fall of Ziggy Stardust and Spiders from Mars.

Moonage Daydream è un’opera dai tratti cosmogonici per la sua sorprendente vastità, che esplora l’universo Bowie, seguendo il Duca Bianco nella visionaria linea della sua esistenza.

Moonage Daydream ci trasporta, grazie sì al supporto documentaristico ma soprattutto, grazie a un gusto del tutto cinefilo, nel viaggio galattico della visione.

E se la carriera prolifica dell’artista ci dà accesso all’uomo Bowie, impressiona una certa stampa britannica e non, sul come ossessionasse la persona.

Lontano, Bowie, da ogni tipo di etichetta e definizione, sessuale, estetica da un lato, dall’altro emerge l’uomo con le sue inclinazioni verso il mondo, tutto, che ha esplorato e conosciuto.

L’uomo David Bowie, in altre parole, così come ci racconta Brett Morgen, il regista, era un uomo sì solitario, fedele a ciò che dichiarava, ma collettivo e disperso nel mondo.

“Non ho mai comprato una casa” dice Bowie in un'intervista.

Il senso della collettività dell’uomo Bowie vibra attraverso le sue opere, i suoi dipinti, i suoi video, oltre che nella sua irripetibile produzione musicale.

Riflessione e ricerca sembrano essere il leit motiv del lungometraggio, calibrato, nel suo ipnotico andirivieni di musica e immagini, che restituiscono la crescita e l’evoluzione dell’artista e dell’uomo.

Dissacrante Bowie: “Queste scarpe sono scarpe bisessuali?” 

Parafrasando uno stralcio del film, ma la sua risposta non cede il passo e risponde: "Sono solo scarpe, sciocco”.

E se possiamo intarsiare un tocco di straniamento nel rapporto di Bowie col mondo, è indubbio che a sottenderlo troviamo una forte spiritualità, mai assoluta, mai individuale ma sempre rivolta all’esterno, in un movimento fatto di empatia e imprescindibile curiosità.

La consacrazione di idolo del rock che arriva da un pubblico tanto vasto quanto intergenerazionale, gli dona, gli si puntella addosso con garbo, e con una sconfinata bellezza.

Emiliana Chiarolanza


 

 

  

giovedì 8 settembre 2022

Filastrocca del Conero


Sul Conero c’è un nido d’uccelli

Che accoglie tutti anche i pipistrelli,

il treno giù oltre la montagna

lo guarda da lontano 

dalle strade di campagna.

Il mare poi è azzurro terso

Che la barca ci naviga a tempo perso

Si arriva in una spiaggia isolata

Dove l’acqua sembra ancor più salata.

Di crostate ne ho mangiate in quantità

Al cioccolato e mandorle, preparate dalla comunità.

C’erano cani, gatti e una pecorella

Senza dimenticarci però della paperella.

Un viaggio divertente

In mezzo a tanta gente

Le stelle hanno brillato

Su tutto il Conero incantato.

 

Emiliana Chiarolanza

giovedì 28 luglio 2022

Il sussidiario


 Il ponte sovrasta la cascata.

È la Val d’Aosta, intarsiata tra le rocce il paese.

È anche stato poi un viaggio- ammissione dell’autore- anzi di più di uno, verso l’innevato e l’alto, ma è stato dopo.

Dopo il sussidiario.

Lo comprammo in cartolibreria, avrò avuto l’età giusta per iniziare a trapelare longilinea e appena sfumata tra le foto e le storie.

Cartella della Pimpa e sussidiario.

È così che si comincia o almeno l’autore.

La Val d’Aosta non ha deluso.

Alcune storie invece sì.

Il sussidiario è pieno di storie; storie di minatori bambini che scoprono la luna, storie di sirene che non possono parlare e storie che poi si cancellano dalla memoria come uno scontrino in lavatrice.

Mentre l’autore tende a gettare cose e ricordi, c’è chi, non troppo lontano da lui, invece prima di gettare lo scontrino ci legge data e luogo.

Sarebbe un relitto in effetti, ma senz’altro dotato di meno fascino.

Io invece un relitto l’ho visto.

Sussurro che l’autore ne è spaventato, io invece ci nuoto attorno come un pesce che sa di ruggine, come tutti i pesci dei relitti che prendono quell’ombra blu tutta cobalto.

Al sussidiario ci comprai una copertina colorata di pois impermeabile, e lo portavo a mano anche nei giorni di pioggia, che ci abbinavo il copri abito da pioggia rosso e l’ombrello trasparente a fungo.

L’autore della storia del sussidiario al momento è disoccupato perché gli ho rubato la penna, ma hai presente quando hai una voglia matta di parlare e prendi il microfono al giornalista?

Io gli ho preso la penna e lui non protesta.

Il valore della protesta è una cosa seria.

Scendere in piazza col giornale in mano è un’immagine che sta sbiadendo ma che racconta di donne e uomini che hanno creduto.

Credere è un po’ un’opera d’arte.

Si crede nella persona che si ha accanto consapevoli della sua metà sbagliata.

Si crede in un’idea.

Si può credere a un dipinto.

Che poi chi mi dice che quella persona ritratta fosse davvero in quella maniera?

L’autore mi ha rubato la penna, tocca a lui.

Decliniamo storie come il rosso e il magenta, definiamo i confini soltanto per una sorta di perizia geografica invece nel sussidiario tutto liberamente convive.

La verità è una grande città dominata.

Dalle finestre volano pagine dei libri per raccontarci qualcosa, umile, lasciatemi anche un po’ dolorante tra le pieghe alle fotografie per non dimenticare e cancellare.

Mestiere inutile la memoria, utile alla matematica, sì peccato non si possa calcolare come finirà questo tramonto e come sarò all’alba domani.

Una fantasia tattica la matematica.

Adesso c’è da correre verso un punto lontanissimo.

Un eco sul blu

                                                            La terra che ci si mostrava in lontananza e che scorgemmo dalle punte delle ...