venerdì 29 giugno 2018

Dogman un film di M. Garrone… recensione





“Valere per il pensiero classico è essere insostituibile in un processo di scambio”, così scrive Foucault ne Le parole e le cose, perché valore, perché Dogman.?

La storia del canaro della Magliana, la storia di Pietro De Negri è interpretata  da Matteo Garrone come un sistema di valori che vengono via via negati da Simoncino, Giancarlo Ricci  nella realtà,  interpretato da Edoardo Pesce.

Simoncino è l’Altro, ma anche un reticolo di necessità ovvero ciò che il canaro, Marcello-Fonte, si sente ed è privato  dal godimento e il consumo delle proprie necessità.
I soldi, l’amicizia, il rispetto.
A causa di Simoncino, Marcello, il canaro, verrà escluso dalla comunità
“ buona” della Magliana e Garrone insiste sull’aspetto ambientale come caratterizzante nell’uccisione di Simoncino.
Acquistare valore per gli altri in un movimento però intimista, quasi onirico, che si distacca dal reale stato delle cose.
Marcello abbassa il prezzo del proprio valore fino al rovesciamento finale, situazione in cui le regole si capovolgono e Marcello imprigiona e uccide Simoncino. Ciò manifesta il precario equilibrio tra la legge del desiderio e l’ordinamento delle cose, che a un certo punto del film prende il sopravvento sull’ assetto precedente che ordinava la vita del Canaro.
Dogman è un film da una forte impronta visiva. La  corporeità dei personaggi imprime una classificazione, una tassonomia di valori, un semplice elenco di cose  con cui Marcello si scontra e alla fine si ribella.
Non penso sia adeguato seguire la scia del buono e del cattivo bensì l’esperire come cogliere la compattezza di una realtà, e potentemente realizzarne un’altra.
Marcello trabocca fuori di sé o in effetti realizza una ribelle visione dopo lo schiacciamento esistenziale subito?
È un western urbano Dogman?
Come in Cane di paglia di Sam Peckinpah, anche qui assistiamo all’esplosione della violenza da parte del più debole con una variante, Marcello attinge a un’anima dimenticata, all’impensato che poi agisce.
Ben strutturato e intenso, da vedere.
Emiliana Chiarolanza




sombra


mercoledì 27 giugno 2018

Due passi per Napoli.

Due passi per Napoli,
la tromba delle scale
e Vanvitelli.

Con un po’ di vino
Poi parlo di insetti in cerca di fiori,
Di mani da ricamare
E dolci da scartare.

All’ombra del muro mi siedo
Altri
Ballano e suonano la città del ventre italico
Ventosa di brezze e di vocii.
E torno al porto.


Due passi per Napoli
a scapigliarmi
a lasciarmi
a partirmi
che poi è buia e stretta
se la tocchi a Mezzanotte.
Emiliana Chiarolanza


foto B. Hitchcock 



Conversazione in si bemolle



Fu poco dopo la partenza che Miriam  vide la ragazza dalla lunga chioma. Erano in viaggio insieme, stesso aereo.. stessa destinazione Santorini. La medesima inquietudine  elargiva loro  grosse sacche di ilarità isterica che si placavano soltanto al mattino dopo un lungo ..troppo.. caffè fumante.
Le strade dell’isola le  rendevano felici, così imbiancate dai fiori, strettoie e slarghi senza sosta. Le luci dei falò la sera illuminavano il campeggio e come lucciole con la loro torcia rientravano esauste.
L’escursione di Tira mise alla prova la loro  determinazione, 40 minuti di scalata ripida lungo la montagna.
“Ci passarono davanti interi secoli, e davanti a un sole di seta rimanemmo tra il tempio e la collina a escogitare sistemi per pranzo, mare e la sera.”
Scrivere di un viaggio è un guasto alla condotta del carburante, i tratti sono uniformi, meraviglia, stupore, scoperta,  gli intoppi pure, perdersi per le strade senza avere una minima idea di dove stare, mangiucchiare cose nuove.
Il loro guasto erano i sentimenti, guastati da una serie di eventi che le rendevano stranamente autonome dai loro rispettivi compagni e se ne stavamo in giro senza fare progetti.
All’alba ancora chiara tornavano sotto la guida degli uccelli tra la boscaglia del campeggio, di tanto in tanto un gruppo di case tra le colline accendevano i primi bagliori.
Scrissi : Conversazione in si bemolle,  poi ci fu il rientro.
Il problema del lavoro era un problema reale insieme al fatto che  la gente fa  domande, e che  il bagno è sempre troppo piccolo.
La ciabatta vola ad almeno 10 passi, Miriam sbuffa e si riporta il ciuffo sull’orecchio.
Segue il corridoio, arriva al bagno, fa scricchiolare la maniglia e si affaccia allo specchio.
Poi  ripercorre all’indietro il corridoio. Ad ascoltare le sue paturnie è un registratore ,  lì acceso sul tavolo, a causa di alcuni vocalizzi che esegue con costanza.
La luce, appariscente e polverosa, si appoggia sull’’asfalto.
Il traffico è acceso, il tè a bollire, in cima su per il tavolo cose sparse da sistemare in borsa,  per il lavoro. Il principio della finestra fa ombra sulla fronte di Miriam. 


Emiliana Chiarolanza







A spasso tra cinema e filosofia, Captain Fantastic di Matt Ross





Non può esservi conoscenza senza una comunità , né esperienza interiore senza una comunità di quanti la vivono…la comunicazione è qualcosa che non viene affatto ad aggiungersi alla realtà-umana, bensì la costituisce… questa citazione di Heidegger che traggo alla pp.55 di La comunità inoperosa di Jean- Luc Nancy, mi aiuta ad introdurre ciò che rappresenta il nucleo concettuale del film Captain Fantastic scritto e diretto da Matt Ross interpretato da Viggo  Mortensen uscito nelle sale quest’autunno. Il film è animato da una sorta di entusiasmo giovanile che ricerca nella propria unicità  il senso di una ribellione fine a sè stessa non condivisa, non elargita senza che vi sia una reale continuità tra pensiero ed azione. In questo cul de sac in cui si ritrova la famiglia di Mortensen si affaccia la società contemporanea, piena di contraddizioni e di diversità cui ahimè i giovani di Mortensen non sono affatto pronti.Faccio un passo indietro alla trama, si parla di una famiglia numerosa che vive tra le montagne nel rifiuto di ogni tipo di istituzione, anche quella scolastica, e che si procura il cibo cacciando e coltivando. La natura in cui vivono non ne rappresenta quel paesaggio sublime di cui ci parlava il filosofo Remo Bodei, non rappresenta il loro limite ma la loro sfida. Un film denso, i ragazzi leggono e si indottrinano passando da Dostoevskij  a Vladimir Nabokov,  ascoltano le variazioni di Glenn  Gould  eppure perdono il senso della cultura come condivisione, dialogo,  una sorta di processo di mitizzazione della cultura che non si avvale  del suo valore più fruibile e divertente, lo spasso della chiacchiera. Il paradiso che costruisce Mortensen per chi abbia visto The Mosquito coast di Peter Weir potrebbe dedurne alcune somiglianze, non ha né porte né finestre per dirla alla Leibniz e quindi costruisce un tempo mitico tipico degli eroi. La comunità di Mortensen come tutte le società anche micro,  ha le proprie lacerazioni e la morte della madre e la presenza della finitezza nelle loro esistenze è il tessuto di comunione con la società e la liberazione dei figli dalla morte sociale
.Emiliana Chiarolanza 

Le cose che verranno, film…. recensione




L’Avenir, tradotto in italiano come Le cose che verranno  rappresenta la quinta fatica di Mia Hansen-Løve, è un film scritto con maniacale attenzione al linguaggio dal quale si evince una spiccata predisposizione all’indagine psicologica dei suoi personaggi. Per chi abbia visto Il padre dei miei figli, è facile immaginare che il lavoro della Hansen-love rappresenti non soltanto la disfatta di ogni magnificenza cinematografica ma soprattutto la variante che esso può rappresentare come racconto, come sceneggiatura. Nathalie interpretata da una raffinata Isabelle Huppert è una donna di mezza età che vive la ferita dell’abbandono. Il marito Heinz la lascia per un’altra donna e al contempo viene a mancare la madre. Una donna Nathalie che come essa stessa dice, ha una vita intellettuale intensa, insegnante di filosofia e abile conversatrice irradia per tutta la durata del fil una forza interiore tutta al femminile. Mentre nel Padre dei miei figli, il protagonista maschile, si arrendeva alle difficoltà economiche e viveva un ripiegamento esistenziale drammatico, la Nathalie di L’Avenir affronta con determinazione i problemi senza che sia violenta. La depressione come ripiegamento violento è del tutto assente piuttosto l’importanza delle parole che la protagonista utilizza come unica arma e che la rendono vittoriosa, capace, efficace. Orso d’oro a Berlino per la Miglior regia, la narrazione è principalmente affidata all’interpretazione della Huppert. “Insegno ai ragazzi a pensare con la propria testa” recita la protagonista. Un film sulla vitale importanza della vita interiore-intellettuale e sulle parole. Un film alla Rohmer, per dirla tutta, che mi ha ricordato Rayon vert. Perché Nathalie non vuole vincere su un amore perduto, né sulla propria tristezza né allo stesso tempo si arrende ad essa, quanto piuttosto rappresenta il volto più genuino del pensiero, la semplicità di un discorso pensato per sé e che trova ragion d’essere negli altri, in una comunità con la quale verrà in contatto. Emiliana Chiarolanza 

Fogli al vento.... Sani Beach (Grecia)






Sani ha una densità luminosa di un’apertura vastissima,  si inciampa senza scosse nei  pulviscoli del suo bagliore e mentre  una nuova  cupidigia si desta sulla bocca, per lo stomaco non son che  bollicine, centinaia di bollicine chiuse in borsa.Sulla pelle  invece, come ovatta nella terra,  i pulviscoli sbocciano in scure e rinnovate  gradazioni di colore.La mente ahimè, polemizza, la vista, così sfarzosamente abbagliata, si abbandona al riposo e divaga dalla colonia di formiche che sul fare del pomeriggio si inoltra oltre la muraglia verde della roccia per procedere verso l’area desertica di quella parte di sabbia che infelicemente condividiamo.

Con turbante e borraccia si spargono e si sparpagliano, attente investigatrici anche delle insenature di un corpo al sole che pungolano di tanto in tanto  senza alcuna forma di snobismo.

Alle 5 de pomeriggio, persone nuove, dopo la partita col sonno, rovesciano cose e si disperdono da piedi a capo nelle onde che piallate dalla conca della rupe, dirigono flebilmente il peso sulla riva ghiaiosa, a tratti ruvida.

Escluso il processo digestivo, in giro pochi e pochissimi clichè di sorta,  e questa è una abbagliante verità, una radio a breve distanza  trasmette i classici italiani degli anni ’60, nel dettaglio, Sapore di sale.

In piena coerenza con note e parole di Paoli, trasferisco unguenti sulla cute, anche in difesa di una certa moltitudine di insetti  che accorrono all’odore di un  prosciutto cotto del discount, del fruttosio  dell’uva, della  pera che sa di nulla, soltanto le sigarette li  allontanano,  e allora fumo,  con decisione e veemenza  al gusto dolceamaro dell’autan in spray che una volta ingerito sa di fragola.Sul fondale  un pesce pettine nuota con due pesci rossi, però, questo autarchico ermafrodita, sprizza di socialità.

I saniani invece no, e al lido non fanno molte docce e non mangiano troppi gelati, non sono neanche tanto coatti, birra in spiaggia a parte.Da brava pasoliniana in nuova voga, quest’anno c’ho un bikini pajette  viola  per sentirmi  in armonia con Ostia e il suo coatto e cotillon  senza clichè ovviamente, ma non discuto dell’aureo rapporto doccia-calippo, è assolutamente un surplus, e poi comunque anche a Sani un po’ di Pasolini c’è, “Turchi in Friuli” ci sono stati, li trovi ai bordi dei bar che si raccontano le loro avventure così, tra una sigaretta e l’altra, tanto per scacciare gli insetti.Una cosa la noto, l’immediato non è cosa da vacanzieri di Sani, la musica house si ascolta con attenzione a  timpani  spianati, semmai poi  balleremo tutti  insieme , chissà, forse dopo che sarà costruita la dance pista e dopo che tutti questi altissimi sgabelli svedesi, su cui siamo tutti egualmente allineati dai piedi all’aria, si saranno scalcinati per le percosse che questi fianchi gli infliggono sotto i decibel di quello straordinario fenomeno acustico dell’house music.La tempestività a Sani è roba di pasticceri, in questa sezione di vendita sono operanti leggi di immediatezza e vivace sollecitudine, i biscotti che compro a mezzanotte inoltrata per la colazione di domani mattina, li devo assaggiare tutti e subito, qui, in pasticceria col pasticciere .Segue discussione animata, -a me i biscotti ora non mi vanno, ma mi va di ballare, se balli –gli dico-mangio i biscotti -alla marmellata e alle mandorle e al miele dopo il sarago alla brace. Meno male non ha accettato.Le tabaccherie invece, sono luoghi di libertà, le tabaccaie, solo donne, corpulente e prosperose, sfogliano elegantemente noncuranti , la dispensa dei fumi e con garbo ti invitano a rimanere lì, al fresco del loro grande ventilatore, a guardare un po’ di tv con loro magari mentre scegli il gusto dello spray antizanzare che più si addice al tuo tabacco.  Ma questo mi piace, allora compro una rivista e anche un cd e fumo una sigaretta al profumo di ulivo mentre lancio uno sguardo alla tv, adesso c’è un cantautore, e magari più tardi faremo quattro salti, una segreta e appassionata milonga nel chiaroscuro di una tabaccheria greca, illanguidita dalla brezza retrò di un grande aeratore. 

Emiliana Chiarolanza


Asparagi




Avevo dimenticato completamente cosa avessi chiesto per la cena, mi ritrovai così il ben servito, anatra e asparagi, selvatici e robusti per un palato che tutto insieme voleva un pò di Panama e Canarie, ma non mi lasciai intimidire e mandai giù quello che pure avevo detto di volere.non c'era tempo per protestare, il naso si accorcia non so se per via del tempo, i confini si stringono e si fa più fatica a fare due passi un pò più in là che qua.ho scritto cinque o forse più strofe di diniego, domani andrò da un medico perchè così bisogna fare, prendere qualcosa contro la stanchezza e lo stress, e dovunque guardi,non c'è nessuno che non lo…certo ho desiderato qualcosa di eccellente, ma cosa sarei agli occhi di quella ragazzina se non lo avessi fatto? continuo a guardare intorno spazi vuoti da riempire e non di specchi.eravamo gli unici a rimanere lì, a mandare giù quel che non ricordavamo di aver voluto ma che pure ci era stato servito.ma avevo deciso di non arrossire più,  allora niente vino grazie ma una tazza di veleno bollente e non una mano imbarazzata che firma il conto per sbaglio.naturalmente si invecchia, non protesterò per questo.ed è forse una questione di volontà.si protesta per stipendi, diritti e fatti di proprietà, ma non al vento, neanche i lupi lo fanno anche in pieno rosso di luna.sulle iene cosa dire, la loro natura le vuole come la mia a me, non mi infurio per il loro riso e dice bene Anna che il diritto al racconto si ferma allo stesso raccontare, il giudizio… , varia,  per fasce di reddito e di età, e di norma è ingiusto.
Emiliana Chiarolanza 

L’amour fou


Quest’altro ritorno era imprevisto,
che l’amore tornasse come torna la neve
questo mi stupisce.
Seppure la gatta nell’occhio,
non ha lasciato spazi bianchi,
né un punto in meno.
L’amore torna,
a cicli,
a spicchi di luna,
orso di bosco dopo il letargo.
Emiliana Chiarolanza

La ragazza con la valigia




Mi sedetti, ora si tratterebbe di concepire l’inquadratura della stanza e di me che ci ruoto dentro, dalla gola alla spalla, con addosso un’obliqua paura che il disegno non riesca, che avvicinandomi a passi alla specchiera non possa garbarmi la scena. Un nuovo corpo per una nuova me, e come un fremito che mi passa dalla destra del petto alla sinistra, alla vista di questa ragazza che ha minacciato di fare le valigie ed adesso è in procinto di partire proprio sulla mia spalla. Ad ogni seduta dalla tatuatrice mi ritiro nei miei metri quadri e senza indossare niente chiudo il mio viso tra le mani e le riapro, devo ripararmi dall’impertinenza di questa donna disegnata sull’omero destro, che non mostra il viso ma i suoi capelli, fotografata di spalle che parte con una valigia tra le mani. Mi pettino e quasi balbetto, incapace di fare un discorso euforico sulla nuova venuta ancora rossa. Di goccia in goccia come i petali di questi fiori rossi sul tavolo di questo studio, vorrei concedermi un riposo, ma la sua partecipazione incontrollata al mio corpo che sembra nuovo, non so… il pericolo della sconsacrazione che da lei in poi sarò corrotta come uno sbirro. Finisca di piangere- mi dice la tatuatrice, e così, in quel nostro corpo a corpo in tre, la tatuatrice io e la donna in partenza sulla mia spalla, mi adeguo ad una insonnia nobile e virtuosa che mi concede    di rischiare queste notti finché non riuscirò a dormire con lei, senza la paura che lei insulti il mio corpo. E il presente e il sangue ed una natura matrigna emergono adesso in questa notte che splende e un fazzoletto troppo piccolo per coprire la sua figura, questa ragazza con la valigia che avanza su di me. Ogni volta che si sentiranno voci potrebbero essere inopportunamente dette per lei, che ha scomposto il mio letto bianco. E questo orologio che mi porta alla prossima seduta, l’ultima, un tic tac che non mi trova divertita né euforica ma superba e stanca per un’oziosa vagabonda che ho tatuato sulla spalla. Angoscia e seduzione mi rendono malferma, infilo la garza nel cassetto, il mio corpo è scandito da un nuovo abito nero che indosso come un sogno  psicologizzato che non vuole restare solo.    
Emiliana Chiarolanza  Evaluna Editore

L’allegro porto di Capitan Rocco e Cuoca Maria













Questa storia comincia al mare dove c’è un pesce che segue una nave,

la nave azzurra di Capitan Rocco

che fischiando prosegue fino al suo porto.

Ben il gabbiano e suo fratello Rodano

Fanno una gara a chi va più lontano

mentre mamma gabbiana li guarda volare

E col becco all’insù li aspetta tornare.

Frattanto  all’osteria ecco che trovi la cuoca Maria

che si adorna con la pianta ginestra

il cornicione della propria finestra.

E’ scoccato mezzogiorno e trilla festoso l’orologio sul forno

e allora Maria con zenzero e finocchio

prepara un pranzetto per  Capitan Rocco.

Capitan Rocco ha una giacca color blu

coi bottoni a forma di cuore all’insù,

sulla testa un berretto di bianco piumato

e nel taschino sempre un bel fior profumato.

 

Cuoca Maria e Capitan Rocco si sposan domani

proprio lì al porto.

Il porto in questione si chiama Ferraio

perché d’estate profuma di grano,

questa non è una rima perfetta ma piace tanto a bimba Giulietta

che con tutti i bambini ed anche i gabbiani

agli sposi felice vuol batter le mani.

Con  una fetta di torta alle mele

questa storia finisce bene

anche il pesce ha trovato l’amore

con la triglia si sposa domani alle nove.

Felici e contenti così se ne stan,

chi vive al di sopra e al di sotto del mar.

 

    Emiliana Chiarolanza

disegno Federico Fellini regista


La stanza in collina

In nave verso l’isola.
Una come tutte e come nessun’altra.
Seduta al lato finestrino su una vecchia poltrona polverosa beve un caffè amaro
La nave fischia mentre il mare luccica di sole.
“Alle 7 in punto abbiamo la sveglia ricordatelo”, così Maurizio  rincuora con la sua puntuale e solenne solerzia e le  ricorda che domani mattina c’è una zona acquatica da esplorare e da riscoprire forse per lui che prima mi raccontava cose su questa cala.
Tutti le  raccontano qualcosa, svelando lineamenti romantici delle parole che usano con dedizione quasi fosse uno strumento durante l’esecuzione in orchestra, segue alcune note, si muove tra il leggio e la platea in un movimento armonioso e rigoroso, ci sono delle regole.
Quella che appartiene a Nicoletta è la regola del saper stare in ascolto, riuscire a cogliere la magia di questo discorso tra un singolo in una coralità e un individuo immerso nella propria moltitudine proprio come adesso.
In realtà è trascorso un anno  dall’ultima volta in cui ha varcato la soglia di questa famosa casa per andare alla cala, dico famosa perché fino a vent’anni fa, prima che diventasse questo felice ostello un po’ bighellone era la residenza privata di Rizzoli, il famoso editore poi ancora divenuto una sorta di centro sociale.
“Una casa tutta a punto” dice Clelia, la sorella di Maurizio.
Lì intorno è  tutto frutteto per ricordarci che abbiamo bisogno anche di tenere duro con la schiena china a raccogliere i frutti del nostro lavoro.
Il fratello di Maurizio, Carlo,  invece, è una persona disordinatissima, domani mattina lui non ci sarà alla cala con noi e non bagnerà i capelli come i loro sotto il getto di questa cascata salata che si aprirà sotto i suoi  occhi come il sipario di un vecchio teatro a lasciarla finalmente vivere una vecchia storia di cui non riconosce le forme ma di cui è già a  conoscenza come di tutto il resto.
<E’ da un anno che  non ci ritorno ma mi sembrano 10> penso che Maurizio abbia una percezione del tempo dilatata rispetto alla mia e questo lo dico a prescindere da questa frase.
Lui lascia scorrere il tempo tra le dita come sabbia, io non riesco ad essere tanto paziente.
Di storie e storielle ne avrà sentite a bizzeffe su questa residenza, sta di fatto che dal lato esterno insomma dalla strada sembra tutt’altro che vissuta.
Dal 2000 è abitatissima eppure scarna com’è non lo avrebbe mai pensato. In realtà Nicoletta preferiva pensarla come un teatro, e c’è stato un periodo in cui questo edificio è stato occupato da un gruppo di ragazzi in cerca di una casa discografica.
In quel periodo di cose ne sono state . Insomma ci sarebbe da chiedersi se un posto vale l’altro o se è la politica a fare la differenza.
Io ho la testa piena di informazioni da quando sono qui e non c’è momento che  non cerchi un po’ di chiarezza sui fatti di cui sono testimone confuso.
Questo posto le  piace molto è così ma la sua storia ancora non mi è chiara e né Maurizio, né Clelia, né Carlo mi sembrano troppo interessati a scioglierne le tessere.
Per adesso so che fino ad un anno fa si trattava di un posto occupato, parlo un po’ con i ristoratori della mensa, insomma del self service, loro mi sembrano abbastanza informati.
Durante quegli anni l’isola  nonostante semi disabitata ospitava ingenti gruppi di frikkettoni d’estate e ciò permise a svariate estati di dare alla luce questo posto a costo zero e impatto sonoro, ecco< si chiamava Impatto sonoro>, le  dice il cameriere.
<Io stesso ci sono finito a ballare più di un’estate> mi dice sornione
Deve essere stato in una di queste estati in cui ho conosciuto Cristian, lui non fa che ripetermi di aver fatto lunghe conversazioni con me sotto un cielo stellato mozzafiato ma neanche a dirlo io purtroppo stento ancora a ricordare date oltre l’anno e mezzo.
Ricominciamo dall’inizio.
Dopo l’incendio questo Impatto zero è stato evacuato e con lui i miei ricordi sulla notte.
Per adesso so che Maurizio era con me ed anche Clelia e che Carlo mi ha salvato anche insieme a Cristian di cui non ricordo che il nome, eppure eravamo insieme.
Cristian l’ha presa troppo male questa storia delle sue amnesie ma io non so proprio come fare oltre che cercare di rintracciare tutti gli indizi che mi portano a quest’isola e a questi fatti.
Non so ancora chi può rispondere  a queste domande tanto ardimentose,  in questa tela complicata di amici e altri disastri.
Emiliana Chiarolanza

street

L’essenza dell’opera risiede nel fatto che essa diviene un’esperienza che modifica colui che la fa. H. G. Gadamer

Filastrocca del gatto



Il gatto fissa il cielo
Adesso scrivo che questo è vero,
il gatto gioca con la coda sul cuscino
mentre attorciglia il baffo sul lenzuolo di lino.
Il gatto tenta un abbiocco
Ed io al pelo ci metto un fiocco
Il gatto salta e si diverte
È un jamming irriverente
Il gatto chiediglielo tu
Ma il mio si chiama Miciù
Caro gatto esco un momento
E lui mi graffia sotto il mento
Caro gatto giù per terra
E giochiamo a far la guerra
Con la biglia ed il calzino
noi giochiamo a nascondino.
Mi nascondo  tra le tue pupille
Che la sera fan scintille.
Adesso gatto dormo con te
Che son fusa e foglie di tè.
 Emiliana Chiarolanza
illustrazione Simone Rea

Vagabonda con amica a piedi scalzi

Non era molto chiaro quando smise di piovere ed apparve il sole. L’unica cosa che sapevo è che la memoria impiegò un certo tempo per rimarginarsi, più di quello che impiegò la luce a farsi strada tra le nuvole sospese sull’azzurro poco dopo le luci della città. Miriam guardava la montagna di spazzatura impassibile. Era svenuta, poco prima nelle ultime ore della notte. Mi misi a pensare alla crudeltà come fossero i miei piedi scalzi, bagnati di un’acqua che non vedevo ma di cui sentivo la puzza, un odore acre che escludeva anche il bisogno di aiuto quanto più  includeva un lasciarmi dormire, lì, senza una dimora, un’ingannevole vagabonda che ha lasciato Miriam senza la forza di rialzarsi e il cappello per la pioggia sull’appendiabiti accanto alla giacca di papà. Il sole come una lampada che ci passavamo,  ci illuminò le mani e fu allora che compresi quasi fosse con una settimana di anticipo che Miriam stava soffrendo. La prossima scena si svolge in ospedale, per coloro che hanno una vita ricoperta di un paralume in affitto. Qualcosa, dico qualcosa di forte, sempre meno mi portava l’idea di tornare alla notte, era ora di mettersi tra i deboli e dichiarare un bisogno d’amore. La conoscevo poco Miriam, ci eravamo conosciute alla fermata dell’autobus dove gli altri di uno in uno di vuoto in vuoto ci lasciavano alla nostra fiera e al nostro black out.. Per chi non ci ha creduto mai, anche la tristezza si stanca di urlare e come vivere ciò che non ha bisogno di pensiero, vivere un testo fatto di nulla, anche debolmente si torna a ricevere il dono del tempo. Ritornare a vivere le ore, mentre il medico mi suggeriva cose.  Avevo ancora bisogno di silenzio e accovacciai il mio corpo accanto a Miriam nella densità di questa luce che avrebbe nutrito il bulbo e squarciato il bagnato sui nostri corpi in cerca di ossigeno.  
Emiliana Chiarolanza
foto Joel Sternfeld





Il Giovane Favoloso di Mario Martone, è un film costruito sulla sottile narrazione della figura del poeta e letterato Giacomo Leopardi, interpretato da Elio Germano. Il film si ambienta nella piena vita activa dell’800 italiano in una sua rappresentazione essenzialmente significativa tanto da raggiungerne un’idealità, trasfigurata nella singolarità di un personaggio storico. L’indubbia abilità tecnica del regista, realizza una sua generalità concepibile attraverso l’agire del protagonista, guidato da una disposizione interiore con lo scopo di esprimere con la tecnica poetica un’ “energheia”, una immanente necessità comunicante  che si rivolge a chi gli sta di fronte. Sintetizzando l’esperienza esistenziale del poeta in alcune tappe significative, Recanati, Firenze, Roma, Napoli, la narrazione instaura una relazione che traccia un’identità tra il mondo che si conosce e l’indeterminatezza del viaggio che lo porta nel mondo dove non siamo abituati a vivere. Ogni volta un mondo nuovo dove si colloca la creazione artistica di Leopardi che  si compie nella scissione, nella differenziazione estetica, nel sussistere di una prosecuzione. Il Caso e la suggestione, si affermano come parametri interpretativi di un’opera poetica che non è semplice esecuzione letteraria, gioco intellettuale, mediazione di saperi accumulati, ma funzione originaria, una considerazione della temporalità esistenziale e in quel modo proprio d’essere comprensivo. La posizione critica di Leopardi si esplica in una sua contemporaneità indefinita, un appello al cambiamento, più che una lotta per la liberazione, che consiste nelle esacerbazioni familiari, sulla necessità di allontanarsi dalla casa paterna, una giustificazione sentimentale all’estraniamento che realizza presenziando in un discorso sul tragico come intrusione, aggrappandosi all’eleos e phobos, pietà e terrore, esemplarizzati nella creazione poetica.  Quasi un solutore d’enigmi, Leopardi, propone il motivo misterico, premessa di un discorso sulla forza suggestiva della Natura, il Vesuvio sembra riproporgli quel contrasto tra la filia e il neikos, l’amore e la lite, all’interno di una comunità giocante, quella napoletana, che non determina le sue sorti ma lo lascia in una striscia di folie et sense. Eppure allo stesso tempo un’adesione necessaria alla situazione fatale, la vertigine del Caso, il gioco dei numeri, la tradizione popolare che si perpetua imperturbabile. Partecipe, insomma, dello spettacolo del mondo, il Leopardi di Martone, rifiuta l’angoscia come sgretolamento e afferma un principio evolutivo, che parte da un caos ipnotico sulle predisposizioni della natura, il suo corpo storpio, la salute cagionevole, uno smarrimento insomma, e che giunge al dominio della vertigine, concependo la sua presenza corporea ed intellettuale come volontà di liberarsi da un’insopportabile oppressione.
Emiliana Chiarolanza

Interno-Firenze


Baia- Bacoli- Napoli


veliero


passeggiata


Market


sedie e giornali


martedì 26 giugno 2018

Filastrocca dell'estate





Filastrocca dell’estate.

Filastrocca dell’estate ,
Tutto intorno è  mar a bracciate
salto e tuffo  dalla spiaggia,
la conchiglia se la viaggia,
si nasconde tra le onde
ma qualcuno la raccoglie.

L’ombrellone a righe blu
lo chiudo alle 4 perlopiù

Filastrocca del ghiacciolo ghiacciante
E costruisco un castello con la punta fumante
Si chiama Il Vesuvio sulla rena
Ma poi faccio un giro sull’altalena.
Filastrocca del tramonto  color viola
Mentre la pelle scotta ancora.
Dal mare adesso posso tornare
Ai pescetti do una mollichina di pane.


Emiliana Chiarolanza


Un eco sul blu

                                                            La terra che ci si mostrava in lontananza e che scorgemmo dalle punte delle ...