sabato 30 agosto 2025

Un eco sul blu

 

                                                       


 

La terra che ci si mostrava in lontananza e che scorgemmo dalle punte delle nostre navi era completamente nuda d’uomini e ci accoglieva nel suo ventre di mare, rigoglioso e vergine. Affondammo le dita dei piedi nella sabbia che regale ricopriva la costa, in lontananza ci appariva come un breve velo prima della foresta, sposa  verde e gentile degli alti monti che come  sentinelle ci spiavano avanzare. Con stupore notammo che al di sotto della rena non il sole ma probabilmente un altro astro ci scaldava dal dentro di quella terra sconosciuta, seducente   e innocente ospite,  e dalla sua bellezza sembravamo  non volerci più allontanare. Il primo sorriso col quale ci accolse fu quello delle sue viti, fini e  selvatiche, che crescevano libere ai bordi della costa appena ci addentrammo su per le sue vie che ancora nessuno conosceva. Un sapore selvatico era il suo, acre di agrumi  e pungente di spine. Luigi 1948

Quando lessi questo scritto mi trovavo sulla porta di casa della signora Matilda, unica epigrafe, probabilmente, di tutta una vita che non raccontava, che conservava silenziosa e fragile sotto il tappeto ghirigonzolato e quadrato che delimitava il centro del suo salotto spoglio e scuro. Mi sono sempre chiesta come una donna come lei abbia potuto vivere tanti anni da sola e senza luce, ma sapevo che non sarei giunta a nessuna conclusione se prima non avessi parlato con lei, che seppure la conoscevo per il buio del suo salotto, sapevo che fino a quando non mi avrebbe raccontato la sua storia non avrei mai saputo niente di vero e sarei rimasta alla buia apparenza che mi ostentava senza averle visto gli occhi. A Napoli succede sempre così, i napoletani sempre mi ingannano perchè dietro ogni immagine che mi danno ne serbano sempre una più grande e più vera, e a svelarla è quel loro modo di parlare arioso,  sorridente, parlano come  si trattasse di uno scherzo ma dicono il vero, in realtà ingannano prima del vero, come se non volessero negare alla verità la sua parte di magia. La città dalla quale provengo custodisce nei racconti delle sue donne il volto della sua storia e il segreto della sua bellezza. Un pomeriggio mi trovavo nel vicolo dei Giganti, a Napoli,  perché lì vive mia nonna e l’intera mia famiglia, era il mese di aprile e la città apriva le finestre sulla  sua stagione migliore. Varcai l’arco che sopraggiace tra le due metà della strada che esso descrive, rapita com’ero  dai colori e dalla gente che salutavo, proseguivo verso casa come intontita, voltandomi ad ogni passo, varcato l’arco, saltavo sulla giostra dei ricordi e salutavo tutti dal mio cavallino. Senza stupore vidi mia nonna, seduta fuori il vicolo che accompagna le case sino alla cima della strada, e lì,  sulla sua sedia di legno, si intratteneva ricamando il centro di un cuscino che poi mi avrebbe regalato senza aspettare il giorno del mio matrimonio, dato che prima degli altri aveva accettato le mie reticenze verso questa convenzione. Mi accolse con gioia e si diresse verso la  cucina, nonché  verso l’unica stanza della casa, a prepararmi il caffé, come di tradizione, dalla porticina arcata della sua cucina vidi la signora Matilda uscire di casa, con quell’ aria quasi timida ma dignitosa, nonostante la sua solitudine, che tutti conoscevamo, non aveva l’aria di una  vittima ma di una donna fiera ed elegante che si portava addosso sotto quegli abiti di modesto costo. Quella donna attirava la mia curiosità, il suo sguardo era lucente e vivo, per tutta la settimana la vidi seduta all’uscio che ricamava, come tutte le signore della sua generazione, ma non si trattava di un centrino, nè di una tenda, pensai subito ad un copriletto ma era troppo scuro, e la tradizione per il letto esige colori chiari e di buon augurio, non certo quel blu cobalto a mio parere meraviglioso. Un giorno mi avvicinai a lei con una scusa qualsiasi, presto sarei ripartita per Torino, mi ero allontanata fin troppo dal mio lavoro e dalla mia vita, ma Napoli mi trattava sempre così, mi faceva incuriosire, mi invitava a restare, mi corteggiava spavalda, rendendomi timida e impacciata.

:«Buongiorno signora Matilda » -le dissi.

:« Buongiorno signorina»- mi rispose cordiale.

:«La volete una tazzina di caffé? È quello buono, lo faccio con la macchinetta antica, se avete pazienza, vi offro un caffé dei tempi miei».-

L’idea non soltanto mi piaceva, mi seduceva, la signora Matilda si muoveva con eleganza tra quelle mura diroccate, umide, ma con lei dentro sembrava una reggia, non erano dicerie del vicolo, era proprio così. Mi mostrò il suo lavoro ad uncinetto con la gioia di una ragazzina, non le chiesi per cosa le serviva, non mi sembrava più importante, lei mi chiedeva di mio marito, come spiegarle che il matrimonio mi faceva paura, che avevo bisogno di tempo per scegliere un compagno giusto col quale costruire una famiglia sana, accennai comunque a tutto questo, convinta di non trovare nessuna forma di attenzione, nè di comprensione anche se non andò così, Matilda era intelligente e le persone sapeva ascoltarle e capirle, anche quelle più diverse da lei.

Con un solo sguardo capii ad un tratto che si stava facendo tardi per lei, che aveva qualcosa da fare, qualcosa di molto importante, mi alzai dalla sua sediola celeste, riposi le tazzine nel lavabo, la salutai affettuosamente come si fa a Napoli, poi sentii un istante di profonda solitudine, sentii che la signora Matilda non era sola come me, mi percepii minuscola e arida, al cospetto di lei, amorevole e generosa.

Quando le fui appena di spalle  sentii

:« Vi aspetto domani per il caffé, è una buona abitudine prendere il caffé in compagnia, è una bevanda scura, pericolosa e da soli fa quasi paura.»

DUE

Mi fermai a Napoli dieci giorni in più del previsto, la mattina andavo al mercato della Pignasecca, tornavo a casa, facevo da mangiare, scrivevo, ma il momento più importante della giornata era il caffé da Matilda, sapevo che il marito era stato professore di lettere, che era un uomo di cultura,sapeva leggere e scrivere,mi diceva la signora Matilda, mi raccontava di Napoli di pochi più cinquant’anni prima, della vita, della miseria, cose che a lei  fanno paura. Il marito lei lo aveva conosciuto perchè era il cugino della sua migliore amica, Ada la procidana, lei era una sarta finita, le aveva cucito persino il vestito da sposa, qualcosa che non si può dire tanto era bello.

Si conobbero nel ‘45, lui si chiamava Luigi, faceva il professore ed era repubblicano. La signora Matilda a quei tempi portava i boccoli, era una bella ragazza ed aveva molti corteggiatori  ma lei non si innamorava mai,  Matilda  era  una sarta ed era monarchica.

:« Io ero ignorante,  non sapevo né leggere né scrivere, in famiglia mia eravamo sette figli, io ero la terza, ma la prima delle femmine e non mi hanno fatto studiare, era scritto nel destino che dovevo conoscere Luigi, doveva andare così.» La signora Matilda da ragazza accudiva i fratelli e le sorelle nati  dopo di lei, faceva da mangiare per tutti, aiutava la madre, ma non puliva la casa, lei si occupava dei bambini.

Dopo la guerra, con il lavoro di sarta non si guadagnava soprattutto se non sapevi leggere e scrivere,-« Io nemmeno la firma mia sapevo fare.»-

La signora Matilda si iscrisse alle scuole serali, nonostante i contrasti col padre,  il pomeriggio andava da Ada a cucire, e lì un giorno trovò Luigi che insegnava l’italiano ai bambini del quartiere, era vestito di scuro, ma si vedeva che non aveva tanti soldi, lo avevano trasferito da Bologna a Napoli e ancora non aveva nè casa nè moglie.

 La mattina lo vedeva uscire dal portone di Ada con le scarpe lucide e la brillantina, si accendeva una sigaretta e con una mano infilata  nei pantaloni scendeva giù per il vicolo, lo vedeva  passare sotto la sua finestra, e se i loro sguardi si incrociavano, lui si toglieva il cappello e la salutava, rispettoso ed elegante.

:«-Eravamo poveri, è vero, ma la vita era bella, non avevamo grandi cose ma nemmeno le volevamo, vivevamo di poco e ci aiutavamo gli uni con gli altri. Quando si è poveri l’amore è veramente amore, è fatto di oro.» -

Accadde che un pomeriggio Matilda non trovasse Luigi al solito tavolino con i ragazzi ma non ebbe il coraggio di chiedere niente ad Ada, il petto le si gonfiò come una vela al vento, le mani le tremavano e non riuscì a cucire per tutto il pomeriggio, pensò che Luigi avesse trovato la fidanzata, era un bel ragazzo, di cultura, gentile, e vico Giganti era pieno di ragazze da maritare.

I pensieri, vorticosi, le presero a girare tutto intorno, tanto che la povera Matilda decise di andare via prima, con la scusa dei compiti da fare per la scuola. Pensava gli occhi verdi di Luigi che brillavano sul petto di qualche ragazza, lo vedeva camminare sotto le lenzuola ad asciugare  di Napoli, seduto alla destra di una ragazza alta e elegante, non come lei, piccola, ignorate, goffa, come..., come aveva potuto solo pensare di poter....non sapeva neanche quel che aveva immaginato, ma erano sogni stupidi, la realtà si sa è sempre un’altra cosa. Salutò Ada e si riversò giù per le scale, ansiosa, palpitante, affannosa, dolorante. Matilda era innamorata ed era la prima volta.

Ada, che la conosceva bene, si affacciò dalla balconata, che dà tuttora sulla strada e le gridò:

:«- Matì, prima di andare alla scuola passa di qua, chiediamo se Luigi ti può aiutare con le lezioni, sono studi difficili, ci vuole qualcuno che ti aiuta, se non passi l’esame chi lo sente a tuo padre».-

                   TRE

Matilda e Luigi si sposarono nel maggio del 1947, lei aveva preso la terza elementare, lui la aiutava nei suoi studi e aveva trovato un impiego in un ufficio a S. Giorgio a Cremano, la mattina si svegliava molto presto, ma, non voleva che  Matilda si svegliasse prima di lui, a svegliarla doveva essere lui,  col caffé fumante.

Il primo figlio nacque a giugno, nel ‘49, avevano preso la casa della nonna di Matilda che era morta e aveva lasciato scritto nel testamento che la casa di Vico Gigante n. 2 era di Matilda Lugghiera, che aveva allevato tutti i fratelli, che  studiava e lavorava.

Io, guardavo e riguardavo la casa, e pensavo tra me e me, che certo  erano altri tempi, ma la casa mi sembrava così buia, così inospitale per due sposi...ogni volta che pensavo a questo la signora Matilda, non so come faceva, mi guardava teneramente, come per suggerirmi qualcosa,  qualcosa che io non riuscivo a comprendere.

La cucina mi sembrava l’unica stanza, anche perchè se ricordavo bene la stanza da letto era una stanzina minuscola dove c’era soltanto il letto, dato che l’armadio era dietro il tavolo della cucina,  era da lì che prendeva tutti i suoi ricami e le sue stuoine.

Un pomeriggio la portai con me a comprare un vassoio per mia madre, che si lamentava di non poter portare il caffé per più di quattro persone.

Andai a prenderla, ero con Marta, una mia amica del liceo, percorremmo Spaccanapoli, c’era un bel negozio di arredamento da cucina alle spalle di  P.zza Carità. Mi stupiva che la signora Matilda non prestasse attenzione a nessun negozio in particolare, come se non avesse bisogno di niente, probabilmente erano i miei pregiudizi, oppure si trattava una presunzione nascosta che mi aveva fatto immaginare Matilda col naso sulle vetrine, a comperare lana e cotone bianco da ricamare, invece come al solito mi stupì. Non curò nessuno dei negozi suddetti, passava indifferente sotto le vetrine allestite, noi al contrario ci fermavamo ad ogni angolo, mi sentivo ammalata di fronte alla sua forza, ad una integrità che non mi apparteneva nonostante un rigore che mi sforzavo di dare ma che si infrangeva, si scioglieva come ghiaccio al sole, e il sole era Matilda. Sulla strada del ritorno, dopo aver preso una cioccolata calda a P.za Bellini, Matilda la prese senza panna ma prese i biscottini con l’amarena  in cima, l’unico negozio al quale degnò la sua attenzione fu un rilegatore di libri, nonché miniaturista, in via S. Domenico, entrò con l’occhio vivace, non come i nostri, già spenti dopo il veloce bagliore dello shopping, ma qualcosa di più intenso e profondo, qualcosa di ingenuo e infantile e allo stesso tempo saggio, come di chi affronta la vita da molti anni. Matilda entrò, sfogliò con lo sguardo i ripiani che si ergevano di fronte la sua figura minuta simili alle montagne abruzzesi, si fece portare la scala e poi comprò,  decisa e disinvolta una copia in miniatura della Divina Commedia. Marta ed io ci scorgemmo incredule ma contente.

Quattro

Dopo tre giorni sarei partita, a malincuore, come sempre, avrei lasciato le strade vocianti del ventre di Napoli, il ventre dell’Italia, sarei ripartita con la solita borsa di più, con Marta ci saremmo salutate la sera, saremmo andate a cena e poi al cinema.

L’aria, fiorente d’estate, si annidava calda intorno agli usci aperti di Napoli, entrai nella sala da pranzo di mia madre, ero sicura che nella mia casa c’era in qualche vecchia foto il volto di Luigi, il marito di Matilda.

Luigi era morto nel ’53, era stato investito dopo una riunione sindacale da una automobile, aveva battuto la testa ed era morto. Matilda, che era arrivata alla terza media con  agli aiuti del marito, aveva allevato i due figli da sola e aveva continuato a lavorare, ma con un lavoro dignitoso, aveva avuto un impiego come bidella  in una scuola, grazie ai suoi studi, poteva aiutare i figli con i compiti e così il pomeriggio, mentre i figli studiavano, lei continuava a ricamare e a cucire come Ada le aveva insegnato.

: «Un giorno mi bussarono alla porta, io ero incinta del mio secondo figlio, ero a casa a preparare la cena, la gente del quartiere mi disse che Luigi non c’era più, che era morto. Eh, che vi devo dire, sentii un dolore al petto così forte che mi fece fermare il cuore, il cuore non ce l’avevo più, poi non mi ricordo più niente ma la gente del vico dice che non mi riconoscevano più, che non ero più io. La vita,... fa pure così, non c’entra Dio con tutto questo, la vita fa il suo corso, ma io Dio ce l’ho dentro, lui non mi ha mai abbandonato.»

Matilda mi aveva parlato così, tra una chiacchiera e l’altra, mi prese alla sprovvista, mi scombussolò tutta, cominciai a piangere senza riuscire a controllarmi, sentivo tutto il suo sconforto nonostante la compostezza delle parole, capivo il suo rigore, amavo quegli occhi pieni di vita.

Lei mi sorrise, un pò sorpresa, forse non aveva pensato alla mia reazione, ma cosa avrei dovuto dire? Che mi dispiaceva forse? O che potevo capire? Non ero in grado di capire ma soltanto di soffrire per lei.

Continuavo a cercare il volto di Luigi tra le foto di casa in preda ad un’ansia inspiegabile, volevo vedere il suo volto, volevo vedere Matilda prima che la vita le sparasse al cuore, volevo vedere i suoi occhi senza l’ombra. Non riuscii a trovare niente all’infuori di tutti i matrimoni della mia famiglia, delle nascite, dei battesimi, e sentii di non meritare tanta felicità, avrei preferito che Matilda fosse invecchiata con Luigi, che la teneva per mano per Vico Giganti e le portava il caffè la mattina.

Mi sentivo triste. Non mi curai il trucco nè i capelli, feci una doccia e uscii per la cena.

ULTIMA SCENA

Mi trovavo in una baia, una piccola baia e guardavo le barche attraccare, io ero seduta sul molo e fumavo una sigaretta.

Attesi il tramonto e poi la luna in una calma che nella vita non avevo mai conosciuto, osservavo la luna levarsi sopra il corpo del mare, alzarsi e dare luce alle sue increspature, al suo spazio senza bordi, nè confini. Spensi la sigaretta in un vecchio posacenere da strada, quelli che ora non si vedono più in giro, appoggiai i due piedi al suolo, uno accanto all’altro, pronti  per andare via quando il fischio di una nave mi fece voltare alla mia sinistra, una immensa nave da crociera annunciava al molo il suo arrivo, illuminata a festa, grondante di voci con le mani dei piccoli che uscivano appena dai parabordi a salutare la terra, il porto, e con il porto me. Attesi la passerella piegarsi sul molo,  immobilizzata da tanta grandezza, mi avvicinai incuriosita, e appoggiata alle transenne che mi separavano dalla bocca della nave, vidi Matilda, si trattava di Matilda che camminava a braccetto con suo marito, raggiante, vestita di verde con una borsetta beige, e i sandali anche chiari al piede, cominciai a chiamarla, le persone mi passavano davanti e per un attimo pensai che era meglio andare via,  lasciarla passeggiare col marito, ora che si erano ricongiunti, che cosa le stavo chiedendo, in realtà? Perchè non andavo via, cosa volevo sapere ancora? Diedi le spalle al transatlantico d’oro quando una mano mi si poggiò sulla spalla, la mano amorevole e lieve,  mi voltai e sorrisi a Matilda.

Mi svegliai affannata, guardai l’orologio, erano le sei del mattino, l’alba cominciava fresca sulle terrazze di Napoli, indossai lo scialle di filo rosso di mia madre che cadeva morbido lungo tutto il corpo e finiva leggero sulle ginocchia. Attraversai il lungo corridoio scuro e arrivai dritta alla porta della cucina, misi il caffé sul fornello e mi appoggiai alla finestra, tra il celeste del gas e l’azzurro della notte che diveniva giorno. Presi carta e penna e presi a scrivere il mio sogno, la nave, la Baia, Matilda, mi rimaneva nelle orecchie il fischio della nave, come un eco,  espanso per tutto il blu del mare mediterraneo. Quando  la mia  famiglia si svegliò, io avevo preparato la colazione per tutti, mia madre continuava a congelare  la pasta frolla, così che potei preparare una crostata di fichi e ricotta e un cappuccino caldo per ciascuno di loro. Imbadii la tavola di dolcetti e cioccolatini, le tazze larghe della collezione della nonna, bianche con i bordi rossi, e al centro della tavola un mazzolino di fresie  gialle. Mi piacque vedere i loro volti ovali specchiarsi sul tondo della tavola imbandita, frettolosi, si sedettero e abbracciarono le loro tazze gonfie di latte, parlavano tra loro e la casa, ad ogni sorso,  si riempiva di un’antica armonia. Accantonato il sogno sul foglio, tagliai un pezzo di crostata e mi diressi verso la casa di Matilda. La paura mi cominciò a far battere il petto, le superstizioni di Napoli mi invadevano, loro erano le onde e io la rena sulla quale si infrangevano violente, e se Matilda stesse male? Cominciai a pensare al peggio, quando arrivai sull’uscio del suo basso la porta era chiusa, le gambe mi cominciarono a tremare, cosa stava succedendo? Cominciai a chiamarla:« Matilda!» -Gridavo-«Matilda!»

La signora di sopra mi disse che non l’aveva vista uscire,  pensai al peggio, avevo fatto un sogno premonitore ed ora lei si ricongiungeva al marito, l’ansia mi fece battere i pugni sulla porta, quando ad un tratto la porta si aprì, Matilda non capì cosa stesse accadendo,

-«Mi stai chiamando, che è successo?»

La abbracciai, -«Matilda»-le dissi-«oggi parto, le ho portato un pò di crostata che ho preparato stamattina»-

«Come sei bella, entra a Matilda.»

Durante il mio breve delirio non mi accorsi di aver omesso il signora e di averla chiamata per nome, dichiarandole infine il mio amore, e lei ricambiò. Entrata, feci per sedermi intorno al tavolo nella cucina buia quando lei splendente mi fece cenno di seguirla, io non capivo e la interrogavo con lo sguardo, e lei:« Vieni, vieni».- sorridendo.

Avvicinò la mano al petto e prese una chiave che teneva ciondolante tra i seni come un crocifisso, poi immerse la chiave nella serratura nascosta dalla sua ombra e dopo due mandate  si apriva davanti ai nostri occhi uno spazio vasto, luminoso, la luce entrò con violenza e ci invase i volti opachi. Il tempo di schiarirmi la vista che capii di essere nell’anima di Matilda, mi aveva aperto il suo scrigno e io trasognante cominciai a ridere. Mi trovavo nella Biblioteca di Matilda, dopo il buio della sua cucina, Matilda serbava una immensa veranda lucente, piena di scaffali rigonfi di libri, libri di tutto il mondo, i libri di Luigi, i suoi , quelli dei suoi figli, i libri che aveva cominciato a leggere durante la lunga vedovanza, allora vidi il telo blu ricamato sul tavolo tondo di legno, ed un altro azzurro per la poltrona sottostante ed uno rosso per il poggiapiedi, e poi piante e fiori, perfino un acquario all’angolo tra la fine della parete e l’inizio del vetro. Rimasi al centro della stanza dal soffitto infinito per tanto tempo, prendemmo il caffè lì stavolta e mangiammo la mia crostata. Sulla tavola la foto di Luigi e Matilda che studiavano insieme.

«Mi scriveva molte lettere Luigi, anche se stavamo nello stesso vico, la più bella era una specie di racconto dove lui partiva su una nave e scopriva una terra nuova da alfabetizzare , come diceva lui, lui ci teneva a queste cose, ha scritto pure dei libri, io li ho letti tutti, li conosco a memoria come il rosario.» Non ebbi il tempo di chiederle nulla che mi rispose:« Sì, quella che sta all’ingresso di là, è sua! Ti ho vista che la leggevi la prima volta che sei entrata, tu sei una donna di cultura certe cose le capisci.»

                  Scoppiai a piangere e lei con me, come  felici.

Emiliana Chiarolanza

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