martedì 19 novembre 2019

Film Parasite .. una recensione



PARASITE
Regia di Bong Joon-ho. Con Song Kang-ho, Lee Jeung-eun, Cho Yeo-jeong, Choi Woo-sik, Park Seo-joon, Park So-dam, Lee Sun-kyun, Jung Ziso.

Parasite, Palma d’oro a Cannes, racconta paradossalmente, in modo grottesco e sarcastico le storie di una famiglia che vive una condizione economica di estrema povertà e che trova nell’impiego in una famiglia benestante la soluzione ai propri problemi economici. 

Ciò avviene senza che essi rivelino il loro legame parentale e soprattutto scalzando fuori casa i vecchi dipendenti.

Accade così che i due figli diventino i professori privati di famiglia, il padre autista e la madre la governante, ma c’è un imprevisto che devasterà le vite di tutte le persone coinvolte, poveri e ricchi.

Commedia-horror sociale Parasite utilizza il gioco degli equivoci, in quanto nessuno dei familiari dichiara la sua vera identità, e in questa metafora della società si muovono i personaggi attingendo dalle loro personali ragioni per affrontare la difficile società delle diseguaglianze della Corea del Sud.

Tutti hanno diritto al benessere e tutti vogliono sopravvivere anche il più sfortunato che cambierà il corso della storia di un interno familiare.

Il film, in una forma di abdicazione alle origini, alla forma più estrema di povertà di chi vive nei sobborghi di una città, nei seminterrati dei condomini che al primo temporale sono evacuati, rivive il sogno di un benessere economico-sociale estremamente difficile da raggiungere, la realtà, quella vera, li esclude da qualsivoglia cambiamento perché loro sono quelli senza opportunità.

Bong, con una regia e una sceneggiatura montata a perfezione determina un tempo prezioso e fluido senza alcun tempo morto rendendo Parasite un film godibile.

Le atrocità e le astuzie cui ricorrono i personaggi in una tensione crescente che tende al disastro perché non si arrivi a un punto di incontro ma a un cambiamento radicale dello stato delle cose.

Lo spettro della Corea del Nord appare e scompare come ansia sociale e come pericolo.

Emiliana Chiarolanza





martedì 8 ottobre 2019

Film: “Il Sindaco del Rione Sanità”, regia Mario Martone.. recensione





Antonio Barracano (Francesco Di Leva) è il quartiere Sanità.(Napoli)
Lo è perché ci è cresciuto, lo è perché lo rappresenta.
Mario Martone descrive, nell’opera riadattata dall’omonimo testo di Eduardo De Filippo, un legame imprescindibile tra appartenenza e rappresentanza laddove Antonio Barracano, capo clan e uomo d’onore, non solo gestisce affari sul rione Sanità ma lo governa.
Aggiornato alla contemporaneità, il testo si anima di colpi d’arma da fuoco e una colonna sonora (Ralph P.) che ricalca l’immaginario della Napoli contemporanea, quella metropoli mediterranea dove violenza e malaffare si spartiscono le esistenze.
Qui, nel film di Martone, le esistenze si incrociano tutte al crocevia della casa di Antonio Barracano detentore di una coscienza egualitaria in una società che schiaccia i più deboli.
 Il sindaco “degli ignoranti”, ex allevatore di capre con il padre, il sindaco dei poveri, capo clan perché vuole il bene del suo quartiere, “la pace” tra le strade della Sanità.
Un’ambiguità di fondo genera un certo distacco dal personaggio del Sindaco che incarna valori quasi di onestà intellettuale e generosità in un circuito di “affari di famiglia” dal quale non ne uscirà vincente.
Pagare un prezzo per la salvezza della propria gente, è ciò che accade a Barracano, ciò che sceglie, ciò che determina nell’altro.
In questa costruzione totalmente irrealistica di un clan c’è però il dato, un onore perduto tra gli affari legali della Nazione, un’integrità identitaria perduta e la ricomposizione nell’appartenere alla propria terra umiliata dalla “cosa” politica.
La denuncia allora risuona forte, nell’epoca delle autonomie regionali e di un Sud che arranca 
nell’ autodeterminarsi come risorsa e non come zavorra.
Una vera e propria opera di ammodernamento dell’opera di De Filippo che ci ridona la possibilità di ripensare una città a misura di un “noi” che la vive e che la rappresenta.

Emiliana Chiarolanza


lunedì 7 ottobre 2019

Joker di Todd Phillips … una recensione




Joker siamo noi, quando colpiamo contro il muro di gomma di un’istituzione, della società, che non cede alle sue barbarie.
Perché Arthur Fleck diventa Joker?
Nessuno nasce cattivo ci dice Todd Phillips nel suo lungometraggio, Joker si diventa se qualcosa di troppo va storto.
Arthur Fleck (Joaquin Phoenix) è un clown di giorno con aspirazioni da cabarettista, solo con la madre che accudisce nel declino della sua vita, è in cura presso le istituzioni sanitarie pubbliche, si ritrova a scegliere tra una serie di possibili sconfitte identitarie e una sola vittoria, distorta, disturbata, malata, patologica: l’essere folle.
La ricerca identitaria su cui fissa il regista, Phillips, alcune tracce fondamentali, l’abbandono genitoriale, la malattia mentale, la dimensione persa della cura dell’altro, sembra essere il filo conduttore di un film potente che urla contro l’abbandono societario dalla scena del diritto.
La TV, mezzo di eccezionale risuono nella solitudine del nucleo familiare di Arthur, è la deformazione per eccellenza, laddove tutto filtra e tutto amplia.
Far ridere e ridere con qualcuno, ma Arthur non riesce a strutturare la sua passione e non costruisce, seppur abbozzando rapporti, nessun legame tra sé e il mondo in un disastroso ripiegamento esistenziale che sfocia nella follia della guerra contro ignoti, contro una società che ha fallito col suo talento e la sua identità.
La maschera da clown allora diventa il baluardo di una libertà d’essere fuori da una società che non lo riconosce se non come strambo, storto, fuori e fuori da essa comincia a muoversi Arthur ma per distruggerla.
Il piano narrativo si sposta e, dall’interno della sua persona, ci ritroviamo piazzati in Tv proprio lì da Murray Franklin (Robert De Niro) la trasmissione per eccellenza, la più seguita, l’indice di un gradimento globale.
Lo spettatore allora è coinvolto nella doppiezza, palesata, del film, il dentro e il fuori, l’intimo vissuto e uno show televisivo, e in questa negazione totale ci muoviamo in una scelta delirante fino a toccare la megalomania di chi riconosce solo sé stesso come realtà vera.

Irrimediabilmente Arthur è Joker, e così noi, dispersi tra le sue risate.

Emiliana Chiarolanza

sabato 5 ottobre 2019

Filastrocca della scuola




A scuola!
Ho fatto tardi
ma non dormo in mezzo ai banchi
e la merenda al cioccolato
la mando giù tutta d’un fiato.
Poi comincia la lezione, 
è una bella sensazione:
pennarelli
matite e
pastelli
per disegnare il colore degli uccelli.
Con i numeri vado malaccio ma poi
li addiziono e disegno un pagliaccio:
ha 2 occhi, 2 mani e un naso che fa cinque e ci scrivo Tommaso.
La scuola è divertente,
la maestra specialmente
a volte canta,
a volte scrive,
altre volte inventa le rime.
Sulla classe abbiamo scritto:
la scuola è un diritto
e sulla cresta delle sediole
impariamo nuove parole.



Emiliana Chiarolanza

domenica 29 settembre 2019

Fantascienza: “Ad Astra”, recensione




James Gray con “Ad Astra” mette in scena un lungo viaggio nello spazio alla ricerca di un Sé parziale di cui si vuole costruirne una qualche unità, accettando, da parte del protagonista, la missione segreta su Nettuno alla ricerca del padre.
L’astronauta-protagonista Roy (Brad Pitt) rimane in balia di un passato d’adolescente difficile da gestire, quando il padre (Tommy Lee Jones), anch’egli cosmonauta, partì in missione alla ricerca di intelligenze aliene senza più tornare sulla Terra.
La Terra, fotografata dallo spazio ricalca la scena in una visione protettiva e d’appartenenza propria di una cultura ambientalista necessaria e contemporanea.
Un film, quello di Gray, che rievoca la fantascienza sovietica di Solaris di Tarkovskij nell’esplorazione dei fantasmi della mente ma anche le strategie esplorative para temporali di 2001 Odissea nello spazio.
Non c’è posto nella vita di Roy per il futuro finché non risolverà gli enigmi e i quesiti che gli si pongono davanti.
Un viaggio psicologico ed esistenziale, a tratti cupo, come se la conoscenza di sé stessi fosse animata dal regista, da potenti forze oscure che ci “alienano” dalla verità.
Immersi nel blu profondo dello spazio c’è un’indubbia chiave evoluzionistica nella costruzione di “Ad Astra”, una riflessione necessaria sugli equilibri, in questo caso spaziali, sui quali si regge una fragile umanità.
Non è scontata anche un’interpretazione salvifica del film, laddove, c’è chi la cerca e chi vi rinuncia in un triste abbandono di sé.
Interessante da parte del regista una visione che preclude i concetti di sconfitta e di vittoria, nel film, infatti, risulta evidente l’abbandono delle categorie competitive in quanto c’è un’affermazione della coscienza come unico obiettivo reale da perseguire.
La ricerca delle coscienze nell’ Universo da parte del padre di Roy ci invita alla costruzione di una coscienza che ci guidi nell’ esistenza attraverso un percorso di crescita.
Roy è solo nello spazio e tra le stelle eppure cresce la sua visione di un altro necessario al suo cammino, una dimensione che aveva perso e che il viaggio gli fa ritrovare.
Suggestioni spaziali e stellari, quindi, in un film ricco di immagini satellitari che riescono a costruire l’illusione di un Universo che conosciamo a metà, proprio come noi stessi.

Emiliana Chiarolanza






venerdì 20 settembre 2019

Il “cinema collettivo” di Quentin Tarantino, "C'era una volta a ...Hollywood"



Il cinema di Tarantino si afferma, con “C’era una volta a ... Hollywood”, come una narrazione di una storia collettiva, o meglio, come i sogni di un "inconscio collettivo" che realizzano nella coralità di un film denso di protagonisti e storie nella Storia.
Una riflessione sulla settima arte e una sua poetica …. tutta cinematografica. 

Il film di Tarantino, dalla struttura sostanziale simile all’ “Ave Cesare” dei Coen, ci narra cosa c’è sotto un riflettore, le vite e gli uomini dopo e con i personaggi del set.
L’attore Rick Dalton (Di Caprio) e la sua controfigura Cliff Booth (Pitt) fotografati nella fase di un declino professionale, sono alla ricerca di nuovi ruoli da proporre al grande pubblico del cinema.

Il cinema che racconta il cinema di Tarantino è una comunità di figure: la sarta, l’addetto al reclutamento del personale, gli attori famosi e meno, gli attori in erba, che presenziano la scena del film e i set del SET. Un gioco di matrioska seducente e divertente nella rappresentazione di cult e meno cult della storia di quegli anni.
Siamo nel 1969, siamo negli Usa, a Los Angeles.
La costruzione dello spazio urbano è molto interessante da un punto di vista teorico, lo spazio della città, di una città che rappresenta più di ogni altra una contemporaneità perenne, la sempre moderna Los Angeles, è l’immagine – movimento per dirla alla Deleuze, in cui possiamo porre una qualche riflessione su quel posticcio-patinato hollywoodiano che permea la narrazione tarantiniana di  “C’era una volta a ...  Hollywood” non senza un forte umorismo.

Il consumo di massa e gli incassi dell’industria potentissima cinematografica americana, funziona no nell'immaginario perché determinano il corso delle società e delle civiltà. 

Allora la storia di Sharon Tate è la storia mondializzata dell’omicidio di Bel Air quando, al 10050 di Cielo Drive, fu uccisa dalla setta di Manson.

Le personificazioni attoriali dei personaggi reali, storici, si imbrigliano di elementi “sociali” più che politici, la setta hippy o la stessa Sharon Tate come anche gli "irreali" Rick e Cliff sono avulsi da ogni storicità politica ma solo espressione di “fenomeni sociali”, così possiamo definire il movimento hippy di Tarantino, laddove ciascuno di loro è separato e autosufficiente e cerca una “realizzazione” nella società, per permettersi una casa a Hollywood e una certa dose di privilegi economico-professionali o esistenziali per gli hippies.

È indubbia una spinta pionieristica, propria del cinema di Tarantino, verso un metacinema liberatorio e catartico laddove il "sogno collettivo" crea una sua realtà, un proprio testamento ideale contro gli orrori della Storia.

Per citare Rossana Rossanda nella bella intervista di “Il film del secolo” di Ciotta-Silvestri edito da Bompiani, “capitale versus creatività dell’immagine”.
Buona visione.

Emiliana Chiarolanza


Visioni possibili: Martin Eden un film di Pietro Marcello



Pietro Marcello costruisce con Martin Eden uno spazio sociale devastante e delirante all’ interno del quale estremizza e decontestualizza, in un’operazione universalistica di ideali, l’“utopia” di un’eguaglianza sociale, il diritto al lavoro, diritto alla partecipazione politica e sindacale.
Film definito dal critico cinematografico Paolo Mereghetti “filosofico”, Pietro Marcello, con una libera rilettura dell’omonimo romanzo di Jack London, attraversa il tempo con un certo virtuosismo tecnico-fotografico, inserendo delle video- istantanee affascinanti come una raccolta di polaroid e costruendo un passaggio memoriale, di memoria affettiva e sensibile che determina il carico emozionale del personaggio protagonista Martin (Luca Marinelli).
La trama, scomposta, ricomposta, distrutta e reinventata supporta un’ideologia di base cioè quella della costruzione di un’identità personale fatta di storia biografica e sentimenti al di là delle costrizioni sociali che impongono prezzi e bisogni all’individuo.
Da marinaio a bracciante, da scrittore a poeta, Martin rincorre un talento occultato dal suo essere sgrammaticato, l’istruzione istituzionale e il volo irregolare della scrittura con le sue cadute e le sue morti.
Spingendoci verso una critica non formale del film, si potrebbe individuare una particolare critica al contesto partitico-sindacalista: l’impossibilità dell’intellettuale organico al partito politico.
Martin, pur condividendo l’ideale socialista, ne risulta escluso per atteggiamenti, risorse intellettuali non unidirezionali, per temperamento.
Chi è allora Martin Eden?
Martin è un talentuoso scomodo e irriverente che accetta la ricerca del proprio stare al mondo come sfida totale senza perderla e senza vincerla.
L’inadeguatezza della società ad accogliere la sua “genialità”, esistenziale prima che di scrittore, lo conduce verso un’esplorazione continua di nuovi bisogni e letture e luoghi.
Ma perché film filosofico?
Estratta la Storia come sostanza vitale e funzionale al racconto del primo Novecento, la formazione dei partiti di massa e l’ideologia socialista, rimane la domanda filosofica sull’ Essere e l’Esistere in un continuo dialogo con i suoi interlocutori: la fidanzata, la moglie, l’amico e il nemico (il padrone), chi sono io? E chi riesco ad essere nel mondo?
In questo circuito di domande sul rapporto tra Sé e il mondo Martin rinuncia a qualcosa e sopraffatto dal rimpianto per un mondo che non c’è e convinto che non si possa costruire affermerà in maniera estrema la sua volontà.
Emiliana Chiarolanza


mercoledì 29 maggio 2019

Il Traditore, un film di Marco Bellocchio



L’incipit  della narrazione de Il Traditore di Bellocchio  ricorda molto la finestra sul passato de Il gattopardo di Visconti. Stavolta la finestra si apre nella notte di Santa Rosalia, quando due  famiglie di Cosa Nostra cercano, con quest’incontro, un accordo sul traffico dell’eroina a Palermo e in Sicilia.

L’eroina ha cambiato Cosa Nostra, e uccide anche i loro ragazzi.
Questa la scena iniziale in cui Tommaso Buscetta(Pierfrancesco Favino), “un soldato semplice”, come si definisce lui stesso,  della cosca,  si muove attorniato da amici e familiari che, come da cronaca, spariranno moralmente e fisicamente.

Film testimonianza e di vibrante impegno civile, Il Traditore di Marco Bellocchio , con un Favino meraviglioso, ricalca un ritratto autentico di un personaggio mai simpatico e mai crudele che si arruola alla cosca in difesa di pochi valori dei quali si sente derubato e tradito dalla famiglia di Totò Riina e dai corleonesi.

La coscienza ci parla, e, seppure in modo ambiguo, il ripercorrere continuo del tempo di Buscetta riesce senz’altro a tracciare un vissuto coscienziale, abbozzato, schizzato eppure presente.

I sogni di Buscetta che animano le sue notti inquiete affondano la lama nella sua moralità che si specchia poi nella figura di Stato, in quel Giovanni Falcone (Fausto Russo Alesi)  dilaniato dalla bomba del 23 maggio1992.

Il maxi processo della metà degli anni ‘90 allora costruisce un sodalizio tra chi non si pente, Buscetta non si definirà mai un pentito, e chi indaga sull’Italia degli intoccabili.
Ecco allora che Bellocchio ci riapre le questioni di mala politica e mal governo in un’ottica di spasmodica ricerca delle radici di una questione morale ancora aperta.

I topi, di buzzatiana memoria, stavolta a grappoli scappano impauriti.

È la macchina dello Stato che ruggisce, e non come quelle tigri in gabbia che appaiono nei ricordi di Masino, ma con la determinazione di una caccia spietata, con 475  imputati e l’ergastolo di Calò (Fabrizio Ferracane) e Riina (Nicola Calì)
Il confronto tra il compare Calò e Buscetta è riportato fedelmente in una ricostruzione dettagliata e accorata con Falcone anche nelle parole della Rosaria Costa, vedova dell'agente Vito Schifani, testimoni di un passo della storia italiana.

E infine Totuccio Conturno, (Luigi Lo Cascio) anch’egli pentito,  ci lascia con l’amaro di quella sete di vendetta che lo Stato non ha appagato, un personaggio che ritaglia, grazie all’interpretazione di Lo Cascio un senso di sospensione anche laddove non c’è più posto in Italia per lui.

Film di bellezza indiscussa con un Bellocchio politico che tuona, nei tempi di un’opinione pubblica appiattita e distratta.

Emiliana Chiarolanza


lunedì 20 maggio 2019

Recensione film Dolor Y Gloria di Pedro Almodòvar


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Pièce autobiografica di Almodòvar, Dolor y gloria riflette il percorso esistenziale e personale dell’autore che con balzi all’indietro e un piede in un presente a tratti angosciante, ripercorre pezzi di vita personali in una sovrabbondanza di emozioni e nuove consapevolezze di vita.
Salvador Mallo, il regista interpretato da Antonio Banderas è invitato alla visione del suo film Sabor, restaurato. Decide allora di rivedere il protagonista del film Alberto (Asier Etxeandia) che non vede dal termine delle riprese.
Lo stupore di Alberto e l’amaro di un’amicizia interrotta sezionano il passato in frammenti di ricordi sparsi prima di riunirsi come in un puzzle in una visione unitaria che soltanto alla fine del film prenderà forma, in un discorso meta cinematografico dove Penelope Cruz intarsia un’interpretazione post neorealista  il ritratto di una donna di un passato ancora da metabolizzare.
Stati alterati di coscienza di Mallo  e Alberto e l’intreccio di vita e spettacolo inteso non come spettacolarizzazione estetica ma come riproduzione coscienziale utile a una collettività, come esperienza – simbolo da comunicare agli altri, ecco che il passato torna a bussare alle porte fino alla tenerezza dell’incontro finale con un amore del passato.
Il valore della scrittura, allora, in un racconto, che nell’unicità del personaggio, ritrova una coralità non omogenea fatta di voci soliste che non si eguagliano.
I personaggi di Almodòvar seguono l’epilogo della scena come giusta soluzione a una varietà di sistemi emotivi che compongono la scena di Dolor y Gloria.
Lo stesso Salvador si cerca attraverso le persone in una circolarità quasi fatale ma che riesce a donargli una nuova forza, una nuova linfa.
L’importanza dell’altro, allora, come specchio e come diversità che non spaventa e non spodesta ma continua a incuriosire perché parti di una narrazione globale.
“Non sei stato un buon figlio” rivela una madre affannata e stanca come se l’arte lo avesse adottato in una nuova famiglia, consacrato in un nuovo abito lontano dal mondo rurale con cui sta trattando una pacificazione.
Un’esortazione a cercare la propria strada anche se lontana dai dettami familiari e sociali? Lo slancio libertario che sempre contraddistingue Almodovar è presente come non mai con un Banderas meraviglioso.
Da vedere.
Emiliana Chiarolanza
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giovedì 18 aprile 2019

La città in fuga...



Quando cominciarono a crollare le grondaie, tutti capirono che ciò che non era stato accomodato in tempo  si sarebbe distrutto. Di lì a poco  la città, infatti, sarebbe stata evacuata, o meglio se ne sarebbe andata, fuggita, scappata, evasa.
La città barocca  dalle forme  gotiche  si era ribellata.
Ecco allora il volto autentico di una rivoluzione in atto, in barba a tutti i volontari astorici  e alle lotte per  un potere ammuffito sui baffi di un fu, remoto e dimenticato….
 Ci fu chi tirò un sospiro di sollievo noncurante della tragedia in atto ma già vedeva troppo avanti a sé e non conviene, non in  una spicciola utilità d’allarme.
Tra questi, quella  donna dal volto adulto e dalle mani piccole  che si coprì il petto con le borse della spesa, lei si incamminò verso l’ impervia e lunga salita rosata illuminata   da  lampadine  che simili a  spine si allineavano lungo gli ambo i lati della strada  e che illuminavano il cammino.
Il passato  col volto del vento si impadronì dell’intero quartiere e nel proprio nome  distruggeva l’adesso per quel che fu .
Le grondaie si rotolavano giù dalle scalinate e i colombi esausti,  decisero che potevano risalire ad un cielo più vasto e usare quelle ali arrugginite di smog.
Le scuole si intasarono di viandanti sudati e i cortili si addensarono di zaini ambulanti.

Se fosse esistito un tempo più clemente avrebbe accettato il compromesso di  una fuga più composta e ordinata, lasciandoli fermi a pensare a cosa stesse accadendo. Ma non c’era molto da fare se non attendere  un arresto, seppure    momentaneo,  perché  si potesse fuggire senza scappare così ingloriosi. Il sole, implorato come una madonna, era come crocifisso sulle nubi e nessun groviglio di collane lo avrebbe aiutato.
Emiliana Chiarolanza

mercoledì 17 aprile 2019

sceneggiatura - Il nodo a farfalla



Scena 1

Interno giorno
La luce illumina fioca il volto sprofondato tra le coperte di Giorgio. Il girasole ai suoi piedi è vigoroso e giallo e si contrappone al bianco della coperta.
Lo specchio opaco.
Giorgio si alza dal letto e con cura si pettina allo specchio che riflette la sua immagine a tratti così scurita dalle chiazze che macchiano l’immagine riflessa.
Il nodo a farfalla, ed ecco che indossa il suo papillon, pronto per uscire.
Con cura sistema le sue cose in un piccolo sacco da mettere in spalla, la stessa immagine che gli ripercorre la mente mentre se andava via qualche giorno prima da un viale alberato.

Scena 2
Flash Back
Una settimana prima.
Giorgio è intento a passeggiare con Ada lungo il viale alberato. I due discutono sommessamente sul da farsi della giornata e sui loro figli.
Giorgio
Mi sembra di non vedere mio figlio da qualche anno
Ada
Da quando parliamo sarà venuto un fine settimana su quattro.
Giorgio
Ha molto da fare, sai il lavoro, la famiglia
Ada e Giorgio parlano senza convinzione, di chi da fiato alle parole per riempire il vento di sé.

Panchina in giardino
Giorgio scrive, appunti e pensieri su un diario malconcio che porta con sé. È interrotto dal suono di una campanella che lo richiama in sala.
La sala, poco illuminata e sovrastata dallo schermo televisivo, si apre a semicerchio.
Agli anziani della casa di riposo viene somministrata la medicina che vien deglutita non senza ombre di scetticismo e sconforto.
Anche Giorgio prende la sua medicina e poi torna al viale sulla sua panchina in compagnia di un infermiere e lì riposa.. chiude gli occhi.
Si fa sera e uno spettacolo teatrale intrattiene gli ospiti con le loro famiglie, è domenica ed è giornata di visite alla Casa.
Giorgio è con Ada e i nipotini di lei, non senza malinconia scorge dalla finestra la panchina sovrastata da centinaia e centinaia di foglie mentre gioca e corre a prenderle come preso da un moto dell’infanzia.
Anche i ricordi sono sbiaditi e tornato in camera guarda il filmino della comunione del primo figlio… mentre torna a scrivere la lettera.

Cara Principessa,
il tempo lo sai ci inganna e ieri come oggi mi sembrano identici ai tuoi occhi a volte stanchi che mi guardano mentre ti racconto storie inventate per farti addormentare.
Giocare con la fantasia è ciò cui tengo maggiormente in questi giorni di primavera ancora fresca che mi separano dalle albe del mare, troppo lontane ancora.
Ritornare alla luce del mare che schizza coi pesci è ciò che un capitano come me può desiderare.
Alla mia età i sogni sono il presente…

Scena 3
È alba e Giorgio varca la soglia della sua stanza lasciando la lettera sotto la porta di Ada.
Scena 4.
Esterno giorno.
Il vocio della strada.
Napoli, quartiere Montesanto.
Le strade come strettoie si diramano portando Giorgio per sentieri inesplorati e caotici, ridente di vita si accosta a un porticato.
Scena 5
Fine flashback
Giorgio riordina le sue cose nel sacco e lascia il porticato che lo ha ospitato per la notte.
Un clochard come e tra tanti che si getta nella folla.
Accostatosi a una stradina che porta alla centrale piazza adiacente ecco che Giorgio si riordina il fiocco e con garbo alle passanti porge il suo cappello: « Buongiorno qualche spicciolo per un caffè?»



lunedì 11 marzo 2019

"La casa di Jack" un film di Lars Von Trier



Lars Von Trier con “La  casa di Jack” (interpretato da Matt Dillon)   costruisce una monadologia indifendibile che lui stesso, con un’operazione di retactatio conclusiva,  termina la narrazione.
Jack, un serial killer dalle non comprovate doti progettistiche di architetto, instaura un rapporto di un egocentrismo asfissiante tra sé e il mondo, laddove esiste da solo in una molteplicità di prove di convivenze possibili tra il suo delirio di onnipotenza e gli “incidenti” – come lui stesso li definisce- ovvero incontri dal macabro finale.


Cinque lunghi “incidenti”, cinque lunghi supplizi di vittime inconsapevoli in un fiume impercorribile di ricordi d’infanzia e un presente, decadente e inconcludente, in cui divampa la sua sete di potere- delirio assassinio.

Non c’è posto, nel film, per una riflessione sul Male, e sembra paradossale, ma piuttosto ciò che viene evidenziato come concetto-valore di Bene.

Il Bene di Lars Von Trier non risiede negli occhi straziati delle vittime, piuttosto in una sorta di pensiero collettivo, laddove ritorna l’immagine, rubata all’ infanzia di Jack, di un gruppo di agricoltori che insieme lavorano i campi e che respirano all’ unisono.

Un’immagine di una seducente bellezza che si contrappone all’ inverosimile e  dilaniante assassinio ripetuto di Jack contro l’equilibrio degli altri, la loro ricerca personale, il loro bisogno.

Quando raggiungiamo insieme l’inferno dantesco guidati da Virgilio, (Bruno Ganz) allora il classicismo prende spazio e, il tempo della Nemesi, così come ci narra lo stesso Virgilio, sconfigge la Hybris, riprendendo i concetti greci della tracotanza(hybris) e della giustizia divina (Nemesis).

In questa altisonante classicità Lars Von Trier  de-costruisce allora la sua casa dell’arte, la casa di Jack, un ammasso disordinato e caotico che mal tiene fede al suo ideale di solitudine e silenzio tradendo, quindi, infine anche se stesso.

Inutile rimarcare lo slancio misogino del regista e le sue divagazioni in realtà spesso scontate ma vale la pena sprofondarci e guardare lo splendore di quei  Campi Elisi che così ben si incorniciano con forza contro una fin troppo scontata solitudine per la visione distorta di Jack, di libertà.

Emiliana Chiarolanza


mercoledì 20 febbraio 2019

La paranza dei bambini, recensione





La paranza dei bambini un film anti- realista che riflette sul rapporto tra individuo e società.

Sinossi
Il rione Sanità a Napoli soffre di racket e spaccio. Un gruppo di ragazzi tenta di farsi strada nell’organizzazione criminale napoletana, la Camorra, prima come spacciatori e poi come boss in una progressione di eventi i ragazzi si fanno strada nel “Sistema”.

Tratto dal terzo romanzo di Roberto Saviano, il film è motivato da un senso romantico il film, poco incline alla rappresentazione della violenza, ricalca le orme di un antico assioma rousseauoiano  per cui l’uomo nello stato di natura, l’uomo non ancora corrotto dalla società è buono.

La gang (Nicola, Tyson, Biscottino, Lollipop, O'Russ, Briatò)   che si forma nel rione Sanità nel napoletano non si forma e plasma su principi di violenza e sopraffazione ma sull’idea che loro possano essere l’evento, il passaggio di consegne senza essere .pensiero violento.

Risulta più violenta la società che si determina intorno ai personaggi, la nostra, un pullulare di status commerciali e di classe che invitano i ragazzi, come un Lucignolo, ad appropriarsi di una sorta di felicità che manca loro.

Una promesse de bonheur che legittima la presa di distanza etica dello stato delle cose presenti.

Non sono andati perduti i sentimenti, l’amore, la gioia, ma si realizzano soltanto attraverso le somme di denaro che procura loro quel che chiamano lavoro, la camorra.
In questo andirivieni di motorini e storie di violenza, ecco però il paradigma, necessario e auto concludente, si sta in guerra senza poter uscirne.

Ecco allora che l’orizzonte utopico e adolescenziale della gang-sanità fa i conti con ciò che la violenza genera. Soltanto dolore, perché l’Altro non è un esemplare di cui conosciamo l’essenziale, per dirla alla Vattimo, bensì rappresenta la violazione dei diritti di un nostro pari. Ecco quindi, la critica alla classificazione sociale del regista, Claudio Giovannesi e degli sceneggiatori, Roberto Saviano e Maurizio Braucci  che scrivono una storia di ampio raggio ambientata a Napoli come specificità e come politica globale.


Uno scardinare le certezze dell’odio attraverso la pratica dello sparo è un’operazione paradossale e ben riuscita.

È il trionfo della merce che contamina e uccide più delle ,loro armi.

Emiliana Chiarolanza




mercoledì 13 febbraio 2019

Green Book recensione film



“ Ha forse qualche segreto per cambiare la vita?” recita Rimbuad in L' èpoux infernal.

Perché porre una domanda dopo aver visto Green Book? Probabilmente perché nella narrazione del regista Peter Farrelly  soggiace un sentimento di rivolta e di desiderio di cambiamento che fiorisce spontaneamente durante la storia di Green Book.
Un poetico on the road che si delinea come storia di un’amicizia tra Tony Lip -Viggo Mortesene e Don Shirley- Mahershala Ali.
Tony , buttafuori italo-americano dalle spiccate doti sociali e dalla famiglia numerosa da mantenere, Shirley  pianista nero d’eccellenza, elegante e sofisticato.
Rimasto senza lavoro per un paio di mesi Tony accetta di accompagnare in tournèe Shirley  nel profondo sud degli Usa negli anni '60.
I documenti della storia civile e della storia della loro amicizia non sono altri se non le lettere che Tony  scrive alla moglie, in un susseguirsi di parole e suoni che saltano alla ribalta dei palcoscenici calcati da Shirley, tra leggi di  segregazione, razzismo e le pagine del Green Book, una guida d’alberghi per neri nel sud degli Usa.
Un viaggio alla scoperta di pochi valori, l’umanità come conoscenza e la bellezza come impressione durevole da conservare.
Il fatto è che la sua generalità non trova delle leggi necessarie, tutto è valicabile, dubbioso, pensabile eppure in questa ricerca, in una sorta di viaggio speculativo della mente dei due, si costruisce la certezza dell’uguaglianza e della relazione.
Laddove i limiti imposti al pianista di colore circoscrivono uno spazio soffocante, più  la storia della loro amicizia scompone i limiti e articola un nuovo universo.

Col dubbio di poter cambiare una società e la certezza che partire dal singolo significa già agire in modo rivoluzionario, il film,equilibrato, poetico, sensibilmente ironico e dotato di una indubbia tenerezza, ci lascia nella neve di New York stabilendo il valore di una cosa, in una nuova proporzione, la migliore che ci è data.

Emiliana Chiarolanza 

mercoledì 23 gennaio 2019

Capri Revolution.. un film di Mario Martone… recensione.







Fare della propria vita un’opera d’arte.
È possibile sintetizzare il film di Martone in una scelta di bellezza che si concretizza nell’arte che permea l’intera narrazione filmica?
La trama si dipana dalla storia individuale di una giovane ragazza di Capri, Lucia (Marianna Fontana)  una pastorella giovane e povera nonché analfabeta.
Durante i percorsi pastorizi della ragazza  con le sue capre sulle rocce a strapiombo sul mare caprese,  Lucia scorge da lontano una comunità naturista che desta in lei una curiosità vivace e coinvolgente tanto da riuscire a prenderne parte,  conoscendo, inoltre, l'amore  del   pittore  Seybou ( Reinout Scholten van Aschat)
Dicendo addio alla famiglia e ai suoi dettami tradizionalisti e conservatori, la giovane riesce ad apprendere con avidità l’inglese, la lingua usata dalla comunità e il piacere della lettura.
La storia di Capri Revolution non è utopistica, slegata da ogni riferimento storico, ma anzi, con dettagliata armonia si contestualizza nei primi del Novecento nell’Italia controversa allo scoppio della prima guerra mondiale.
La collettività, allora, come alter e come parte, le idee socialiste del giovane medico che suggerisce alla giovane di diventare infermiera, socialista interventista che apre la strada al ventennio, l’illusione di quegli anni e a fare da cornice alcuni socialisti russi che discutono della rivoluzione bolscevica.
Un quadro attento agli animi dell’epoca, quello dipinto da Martone. Ma perché l’arte?
L’arte è il senso che la comunità dà alla propria esistenza collettiva ed è l’arte di vivere che sposerà la giovane caprese.
Dopo il “Giovane favoloso” stavolta la ribellione intellettuale sposa l’arte come utopia e come sogno da realizzare, né favolistico né sovrabbondante, Lucia ben incarna un animo femminile perturbato e pronto a completarsi come dettame necessario e indispensabile in un percorso di affermazione come stato di bisogno.

Emiliana Chiarolanza




Un eco sul blu

                                                            La terra che ci si mostrava in lontananza e che scorgemmo dalle punte delle ...