venerdì 2 giugno 2023

Che paura la primavera - micro racconto


 Se dovessero chiedermi come una lavatrice possa testimoniare del mio amore potrei rispondere che in effetti lei sa tutto.

Quel suo aggrovigliare senza sosta i capi di una settimana, di sogno in sogno e goccia e goccia, potrei dire che quella lavatrice sono io. 

Intera, in moto, in terrazza, con un caffè che dà alla testa e le dita nell’interruttore.

 In fin dei conti che conta scrivere di una lavatrice… eppure la mia, prima viola, poi arancio, poi di nuovo bianca è testimone viva dello specchio che ho trovato in primavera sulla riva dell’onda che chiedeva al piede di sostare a riva e al cuore di ...

Ho chiesto spaventata a tanto fragore di chiudere almeno gli occhi su quella superficie di iodio che mi strappava il disegno dell’anima. 

È lì, dal chiaro pezzo d’oceano con vento e barca spiega e gioca su una giornata priva di utile e una città di emozioni e sfumature tutte immerse e colorate come fossero fili di lana intrecciati. 

Un tutt’intorno gioioso che si placa sul migliore dei modi nascosti in cui si può sentire un amore. Sulla dinamica dell’immortalità di un bacio ho sentito medici e contadini e in tutte queste case mi hanno confermato l’esistenza di alcune specie di vegetali che non si modificano almeno fino a quando teniamo noi gli occhi aperti. 

L’impronta del secolo scorso non è una poesia, né una canzone, né una cosa che mi somiglia, ma un quartiere di un romanzo di Brèton, o un Mille e una notte, un vero piacere di sognare per il piacere di raccontarlo. 

Ho letto che è una pittura molto originale, un’idea sensibile, una forma d’amore generosa che ripudia la guerra e il tango e che lascia senza fiato. 

Che direbbe Rimbaud di questo veleno non bevuto… e la cicuta? È l’opposto, l’inverso, e poi il bosco sull’isola e il gioco del crepuscolo che con l’ombra riapre al corridoio della notte prima che sia tardi, prima della luna. 

Questa dichiarata legge del rovescio ha il potere di contemplare una frase in mezzo a quest’argento dove si cola l’oscurità. 

Non so cosa significa curvarmi sulla curiosità di abolire il tempo per una scorciatoia della storia. “Desidero dimenticare ed essere dimenticato” così oggi e ieri. Questo viaggio immaginario sulla certezza di un’epoca è un sogno per l’arte e una favola da raccontare né luogo né pomeriggio di un pianeta. 

Questa moltitudine di principi sentimentali mi rende cieca, e leggere è inutile e tutto il resto. 

Che dramma un amore che precede e succede a un altro e un altro ancora, e grande vela scompari all’orizzonte e visita un mondo nuovo che conti qualcosa. 

Questa nudità del cuore che si occulta sotto i cappelli di altri trascrive un nastro che si riavvolge, allora sono sorda, e allora e scosse e fulmini e fragore su una nave nella nebbia che generosa mi accorcia di nuovo la distanza da un bacio al tramonto  sotto la torre impotente. 

Questa vaga idea di folla e fretta e quest’albero connesso al tempo. 

Che paura la primavera, è la stagione dell’infinito.

 

Emiliana Chiarolanza

giovedì 11 maggio 2023

Film Sol dell’avvenire: recensione

 


Se la Storia la fa anche chi la racconta, allora, il Sol dell’Avvenire di Nanni Moretti sembra la testimonianza corale dell’identità ideologica d’appartenenza.

La trama è una trama intrecciata che si svolge su due piani temporali diversi: da un lato c’è il regista Giovanni (Nanni Moretti) alle prese con il suo ultimo film, il cui protagonista è Ennio, segretario della sezione del PCI e giornalista de L’Unità, nell’Italia del 1956.

Non c’è posto per il decadimento nella narrazione morettiana, che trova nei suoi personaggi comunisti la risposta al vuoto ideologico della situazione attuale.

Mai film individualistico ma sempre collettivo, Nanni Moretti instaura un dialogo riflessivo con i perché della storia, che cancella, dimentica e che allo stesso tempo ricorre puntuale.

E se il cast di Giovanni non conosce la storia del PCI c’è però, la volontà di tornare a una identità collettiva più consapevole capace di reinterpretare il presente e perché no, di raccontarsi alle nuove generazioni.

La musica, grande protagonista del film, è il racconto emozionale e i ricordi di una generazione, forse tradita.

Il 1956 è l’anno della rivolta ungherese all’URSS, l’anno dell’abbattimento della statua di Stalin, l’anno dell’intervento armato a Budapest e dei carri armati sulla popolazione ungherese.

Ecco allora, che mentre Giovanni si scopre un regista depresso e manchevole dello slancio vitale dell’amore, così come i suoi attori sottolineano, e vive la separazione dalla moglie e compagna di vita (Margherita Buy) interviene la magia del circo a cambiare l’esito del film e della sua vita.

E se Tarantino insegna che il cinema è sogno e che la narrazione cinematografica può farsi eco e amplificatore di un desiderio collettivo, allora Moretti aderisce appieno a questa scuola.

Perché?

Buona visione

Emiliana Chiarolanza

Un eco sul blu

                                                            La terra che ci si mostrava in lontananza e che scorgemmo dalle punte delle ...