domenica 29 settembre 2019

Fantascienza: “Ad Astra”, recensione




James Gray con “Ad Astra” mette in scena un lungo viaggio nello spazio alla ricerca di un Sé parziale di cui si vuole costruirne una qualche unità, accettando, da parte del protagonista, la missione segreta su Nettuno alla ricerca del padre.
L’astronauta-protagonista Roy (Brad Pitt) rimane in balia di un passato d’adolescente difficile da gestire, quando il padre (Tommy Lee Jones), anch’egli cosmonauta, partì in missione alla ricerca di intelligenze aliene senza più tornare sulla Terra.
La Terra, fotografata dallo spazio ricalca la scena in una visione protettiva e d’appartenenza propria di una cultura ambientalista necessaria e contemporanea.
Un film, quello di Gray, che rievoca la fantascienza sovietica di Solaris di Tarkovskij nell’esplorazione dei fantasmi della mente ma anche le strategie esplorative para temporali di 2001 Odissea nello spazio.
Non c’è posto nella vita di Roy per il futuro finché non risolverà gli enigmi e i quesiti che gli si pongono davanti.
Un viaggio psicologico ed esistenziale, a tratti cupo, come se la conoscenza di sé stessi fosse animata dal regista, da potenti forze oscure che ci “alienano” dalla verità.
Immersi nel blu profondo dello spazio c’è un’indubbia chiave evoluzionistica nella costruzione di “Ad Astra”, una riflessione necessaria sugli equilibri, in questo caso spaziali, sui quali si regge una fragile umanità.
Non è scontata anche un’interpretazione salvifica del film, laddove, c’è chi la cerca e chi vi rinuncia in un triste abbandono di sé.
Interessante da parte del regista una visione che preclude i concetti di sconfitta e di vittoria, nel film, infatti, risulta evidente l’abbandono delle categorie competitive in quanto c’è un’affermazione della coscienza come unico obiettivo reale da perseguire.
La ricerca delle coscienze nell’ Universo da parte del padre di Roy ci invita alla costruzione di una coscienza che ci guidi nell’ esistenza attraverso un percorso di crescita.
Roy è solo nello spazio e tra le stelle eppure cresce la sua visione di un altro necessario al suo cammino, una dimensione che aveva perso e che il viaggio gli fa ritrovare.
Suggestioni spaziali e stellari, quindi, in un film ricco di immagini satellitari che riescono a costruire l’illusione di un Universo che conosciamo a metà, proprio come noi stessi.

Emiliana Chiarolanza






venerdì 20 settembre 2019

Il “cinema collettivo” di Quentin Tarantino, "C'era una volta a ...Hollywood"



Il cinema di Tarantino si afferma, con “C’era una volta a ... Hollywood”, come una narrazione di una storia collettiva, o meglio, come i sogni di un "inconscio collettivo" che realizzano nella coralità di un film denso di protagonisti e storie nella Storia.
Una riflessione sulla settima arte e una sua poetica …. tutta cinematografica. 

Il film di Tarantino, dalla struttura sostanziale simile all’ “Ave Cesare” dei Coen, ci narra cosa c’è sotto un riflettore, le vite e gli uomini dopo e con i personaggi del set.
L’attore Rick Dalton (Di Caprio) e la sua controfigura Cliff Booth (Pitt) fotografati nella fase di un declino professionale, sono alla ricerca di nuovi ruoli da proporre al grande pubblico del cinema.

Il cinema che racconta il cinema di Tarantino è una comunità di figure: la sarta, l’addetto al reclutamento del personale, gli attori famosi e meno, gli attori in erba, che presenziano la scena del film e i set del SET. Un gioco di matrioska seducente e divertente nella rappresentazione di cult e meno cult della storia di quegli anni.
Siamo nel 1969, siamo negli Usa, a Los Angeles.
La costruzione dello spazio urbano è molto interessante da un punto di vista teorico, lo spazio della città, di una città che rappresenta più di ogni altra una contemporaneità perenne, la sempre moderna Los Angeles, è l’immagine – movimento per dirla alla Deleuze, in cui possiamo porre una qualche riflessione su quel posticcio-patinato hollywoodiano che permea la narrazione tarantiniana di  “C’era una volta a ...  Hollywood” non senza un forte umorismo.

Il consumo di massa e gli incassi dell’industria potentissima cinematografica americana, funziona no nell'immaginario perché determinano il corso delle società e delle civiltà. 

Allora la storia di Sharon Tate è la storia mondializzata dell’omicidio di Bel Air quando, al 10050 di Cielo Drive, fu uccisa dalla setta di Manson.

Le personificazioni attoriali dei personaggi reali, storici, si imbrigliano di elementi “sociali” più che politici, la setta hippy o la stessa Sharon Tate come anche gli "irreali" Rick e Cliff sono avulsi da ogni storicità politica ma solo espressione di “fenomeni sociali”, così possiamo definire il movimento hippy di Tarantino, laddove ciascuno di loro è separato e autosufficiente e cerca una “realizzazione” nella società, per permettersi una casa a Hollywood e una certa dose di privilegi economico-professionali o esistenziali per gli hippies.

È indubbia una spinta pionieristica, propria del cinema di Tarantino, verso un metacinema liberatorio e catartico laddove il "sogno collettivo" crea una sua realtà, un proprio testamento ideale contro gli orrori della Storia.

Per citare Rossana Rossanda nella bella intervista di “Il film del secolo” di Ciotta-Silvestri edito da Bompiani, “capitale versus creatività dell’immagine”.
Buona visione.

Emiliana Chiarolanza


Visioni possibili: Martin Eden un film di Pietro Marcello



Pietro Marcello costruisce con Martin Eden uno spazio sociale devastante e delirante all’ interno del quale estremizza e decontestualizza, in un’operazione universalistica di ideali, l’“utopia” di un’eguaglianza sociale, il diritto al lavoro, diritto alla partecipazione politica e sindacale.
Film definito dal critico cinematografico Paolo Mereghetti “filosofico”, Pietro Marcello, con una libera rilettura dell’omonimo romanzo di Jack London, attraversa il tempo con un certo virtuosismo tecnico-fotografico, inserendo delle video- istantanee affascinanti come una raccolta di polaroid e costruendo un passaggio memoriale, di memoria affettiva e sensibile che determina il carico emozionale del personaggio protagonista Martin (Luca Marinelli).
La trama, scomposta, ricomposta, distrutta e reinventata supporta un’ideologia di base cioè quella della costruzione di un’identità personale fatta di storia biografica e sentimenti al di là delle costrizioni sociali che impongono prezzi e bisogni all’individuo.
Da marinaio a bracciante, da scrittore a poeta, Martin rincorre un talento occultato dal suo essere sgrammaticato, l’istruzione istituzionale e il volo irregolare della scrittura con le sue cadute e le sue morti.
Spingendoci verso una critica non formale del film, si potrebbe individuare una particolare critica al contesto partitico-sindacalista: l’impossibilità dell’intellettuale organico al partito politico.
Martin, pur condividendo l’ideale socialista, ne risulta escluso per atteggiamenti, risorse intellettuali non unidirezionali, per temperamento.
Chi è allora Martin Eden?
Martin è un talentuoso scomodo e irriverente che accetta la ricerca del proprio stare al mondo come sfida totale senza perderla e senza vincerla.
L’inadeguatezza della società ad accogliere la sua “genialità”, esistenziale prima che di scrittore, lo conduce verso un’esplorazione continua di nuovi bisogni e letture e luoghi.
Ma perché film filosofico?
Estratta la Storia come sostanza vitale e funzionale al racconto del primo Novecento, la formazione dei partiti di massa e l’ideologia socialista, rimane la domanda filosofica sull’ Essere e l’Esistere in un continuo dialogo con i suoi interlocutori: la fidanzata, la moglie, l’amico e il nemico (il padrone), chi sono io? E chi riesco ad essere nel mondo?
In questo circuito di domande sul rapporto tra Sé e il mondo Martin rinuncia a qualcosa e sopraffatto dal rimpianto per un mondo che non c’è e convinto che non si possa costruire affermerà in maniera estrema la sua volontà.
Emiliana Chiarolanza


Un eco sul blu

                                                            La terra che ci si mostrava in lontananza e che scorgemmo dalle punte delle ...