Se la Storia la fa anche chi la racconta, allora, il Sol dell’Avvenire di Nanni Moretti sembra la testimonianza corale dell’identità ideologica d’appartenenza.
La trama è una trama intrecciata
che si svolge su due piani temporali diversi: da un lato c’è il regista Giovanni
(Nanni Moretti) alle prese con il suo ultimo film, il cui protagonista è Ennio,
segretario della sezione del PCI e giornalista de L’Unità, nell’Italia del
1956.
Non c’è posto per il decadimento
nella narrazione morettiana, che trova nei suoi personaggi comunisti la risposta
al vuoto ideologico della situazione attuale.
Mai film individualistico ma
sempre collettivo, Nanni Moretti instaura un dialogo riflessivo con i perché della
storia, che cancella, dimentica e che allo stesso tempo ricorre puntuale.
E se il cast di Giovanni non
conosce la storia del PCI c’è però, la volontà di tornare a una identità
collettiva più consapevole capace di reinterpretare il presente e perché no, di
raccontarsi alle nuove generazioni.
La musica, grande protagonista del
film, è il racconto emozionale e i ricordi di una generazione, forse tradita.
Il 1956 è l’anno della rivolta
ungherese all’URSS, l’anno dell’abbattimento della statua di Stalin, l’anno
dell’intervento armato a Budapest e dei carri armati sulla popolazione
ungherese.
Ecco allora, che mentre Giovanni
si scopre un regista depresso e manchevole dello slancio vitale dell’amore,
così come i suoi attori sottolineano, e vive la separazione dalla moglie e
compagna di vita (Margherita Buy) interviene la magia del circo a cambiare l’esito
del film e della sua vita.
E se Tarantino insegna che il
cinema è sogno e che la narrazione cinematografica può farsi eco e amplificatore
di un desiderio collettivo, allora Moretti aderisce appieno a questa scuola.
Perché?
Buona visione
Emiliana Chiarolanza
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