mercoledì 29 maggio 2019

Il Traditore, un film di Marco Bellocchio



L’incipit  della narrazione de Il Traditore di Bellocchio  ricorda molto la finestra sul passato de Il gattopardo di Visconti. Stavolta la finestra si apre nella notte di Santa Rosalia, quando due  famiglie di Cosa Nostra cercano, con quest’incontro, un accordo sul traffico dell’eroina a Palermo e in Sicilia.

L’eroina ha cambiato Cosa Nostra, e uccide anche i loro ragazzi.
Questa la scena iniziale in cui Tommaso Buscetta(Pierfrancesco Favino), “un soldato semplice”, come si definisce lui stesso,  della cosca,  si muove attorniato da amici e familiari che, come da cronaca, spariranno moralmente e fisicamente.

Film testimonianza e di vibrante impegno civile, Il Traditore di Marco Bellocchio , con un Favino meraviglioso, ricalca un ritratto autentico di un personaggio mai simpatico e mai crudele che si arruola alla cosca in difesa di pochi valori dei quali si sente derubato e tradito dalla famiglia di Totò Riina e dai corleonesi.

La coscienza ci parla, e, seppure in modo ambiguo, il ripercorrere continuo del tempo di Buscetta riesce senz’altro a tracciare un vissuto coscienziale, abbozzato, schizzato eppure presente.

I sogni di Buscetta che animano le sue notti inquiete affondano la lama nella sua moralità che si specchia poi nella figura di Stato, in quel Giovanni Falcone (Fausto Russo Alesi)  dilaniato dalla bomba del 23 maggio1992.

Il maxi processo della metà degli anni ‘90 allora costruisce un sodalizio tra chi non si pente, Buscetta non si definirà mai un pentito, e chi indaga sull’Italia degli intoccabili.
Ecco allora che Bellocchio ci riapre le questioni di mala politica e mal governo in un’ottica di spasmodica ricerca delle radici di una questione morale ancora aperta.

I topi, di buzzatiana memoria, stavolta a grappoli scappano impauriti.

È la macchina dello Stato che ruggisce, e non come quelle tigri in gabbia che appaiono nei ricordi di Masino, ma con la determinazione di una caccia spietata, con 475  imputati e l’ergastolo di Calò (Fabrizio Ferracane) e Riina (Nicola Calì)
Il confronto tra il compare Calò e Buscetta è riportato fedelmente in una ricostruzione dettagliata e accorata con Falcone anche nelle parole della Rosaria Costa, vedova dell'agente Vito Schifani, testimoni di un passo della storia italiana.

E infine Totuccio Conturno, (Luigi Lo Cascio) anch’egli pentito,  ci lascia con l’amaro di quella sete di vendetta che lo Stato non ha appagato, un personaggio che ritaglia, grazie all’interpretazione di Lo Cascio un senso di sospensione anche laddove non c’è più posto in Italia per lui.

Film di bellezza indiscussa con un Bellocchio politico che tuona, nei tempi di un’opinione pubblica appiattita e distratta.

Emiliana Chiarolanza


lunedì 20 maggio 2019

Recensione film Dolor Y Gloria di Pedro Almodòvar


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Pièce autobiografica di Almodòvar, Dolor y gloria riflette il percorso esistenziale e personale dell’autore che con balzi all’indietro e un piede in un presente a tratti angosciante, ripercorre pezzi di vita personali in una sovrabbondanza di emozioni e nuove consapevolezze di vita.
Salvador Mallo, il regista interpretato da Antonio Banderas è invitato alla visione del suo film Sabor, restaurato. Decide allora di rivedere il protagonista del film Alberto (Asier Etxeandia) che non vede dal termine delle riprese.
Lo stupore di Alberto e l’amaro di un’amicizia interrotta sezionano il passato in frammenti di ricordi sparsi prima di riunirsi come in un puzzle in una visione unitaria che soltanto alla fine del film prenderà forma, in un discorso meta cinematografico dove Penelope Cruz intarsia un’interpretazione post neorealista  il ritratto di una donna di un passato ancora da metabolizzare.
Stati alterati di coscienza di Mallo  e Alberto e l’intreccio di vita e spettacolo inteso non come spettacolarizzazione estetica ma come riproduzione coscienziale utile a una collettività, come esperienza – simbolo da comunicare agli altri, ecco che il passato torna a bussare alle porte fino alla tenerezza dell’incontro finale con un amore del passato.
Il valore della scrittura, allora, in un racconto, che nell’unicità del personaggio, ritrova una coralità non omogenea fatta di voci soliste che non si eguagliano.
I personaggi di Almodòvar seguono l’epilogo della scena come giusta soluzione a una varietà di sistemi emotivi che compongono la scena di Dolor y Gloria.
Lo stesso Salvador si cerca attraverso le persone in una circolarità quasi fatale ma che riesce a donargli una nuova forza, una nuova linfa.
L’importanza dell’altro, allora, come specchio e come diversità che non spaventa e non spodesta ma continua a incuriosire perché parti di una narrazione globale.
“Non sei stato un buon figlio” rivela una madre affannata e stanca come se l’arte lo avesse adottato in una nuova famiglia, consacrato in un nuovo abito lontano dal mondo rurale con cui sta trattando una pacificazione.
Un’esortazione a cercare la propria strada anche se lontana dai dettami familiari e sociali? Lo slancio libertario che sempre contraddistingue Almodovar è presente come non mai con un Banderas meraviglioso.
Da vedere.
Emiliana Chiarolanza
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Un eco sul blu

                                                            La terra che ci si mostrava in lontananza e che scorgemmo dalle punte delle ...