sabato 30 agosto 2025

Un eco sul blu

 

                                                       


 

La terra che ci si mostrava in lontananza e che scorgemmo dalle punte delle nostre navi era completamente nuda d’uomini e ci accoglieva nel suo ventre di mare, rigoglioso e vergine. Affondammo le dita dei piedi nella sabbia che regale ricopriva la costa, in lontananza ci appariva come un breve velo prima della foresta, sposa  verde e gentile degli alti monti che come  sentinelle ci spiavano avanzare. Con stupore notammo che al di sotto della rena non il sole ma probabilmente un altro astro ci scaldava dal dentro di quella terra sconosciuta, seducente   e innocente ospite,  e dalla sua bellezza sembravamo  non volerci più allontanare. Il primo sorriso col quale ci accolse fu quello delle sue viti, fini e  selvatiche, che crescevano libere ai bordi della costa appena ci addentrammo su per le sue vie che ancora nessuno conosceva. Un sapore selvatico era il suo, acre di agrumi  e pungente di spine. Luigi 1948

Quando lessi questo scritto mi trovavo sulla porta di casa della signora Matilda, unica epigrafe, probabilmente, di tutta una vita che non raccontava, che conservava silenziosa e fragile sotto il tappeto ghirigonzolato e quadrato che delimitava il centro del suo salotto spoglio e scuro. Mi sono sempre chiesta come una donna come lei abbia potuto vivere tanti anni da sola e senza luce, ma sapevo che non sarei giunta a nessuna conclusione se prima non avessi parlato con lei, che seppure la conoscevo per il buio del suo salotto, sapevo che fino a quando non mi avrebbe raccontato la sua storia non avrei mai saputo niente di vero e sarei rimasta alla buia apparenza che mi ostentava senza averle visto gli occhi. A Napoli succede sempre così, i napoletani sempre mi ingannano perchè dietro ogni immagine che mi danno ne serbano sempre una più grande e più vera, e a svelarla è quel loro modo di parlare arioso,  sorridente, parlano come  si trattasse di uno scherzo ma dicono il vero, in realtà ingannano prima del vero, come se non volessero negare alla verità la sua parte di magia. La città dalla quale provengo custodisce nei racconti delle sue donne il volto della sua storia e il segreto della sua bellezza. Un pomeriggio mi trovavo nel vicolo dei Giganti, a Napoli,  perché lì vive mia nonna e l’intera mia famiglia, era il mese di aprile e la città apriva le finestre sulla  sua stagione migliore. Varcai l’arco che sopraggiace tra le due metà della strada che esso descrive, rapita com’ero  dai colori e dalla gente che salutavo, proseguivo verso casa come intontita, voltandomi ad ogni passo, varcato l’arco, saltavo sulla giostra dei ricordi e salutavo tutti dal mio cavallino. Senza stupore vidi mia nonna, seduta fuori il vicolo che accompagna le case sino alla cima della strada, e lì,  sulla sua sedia di legno, si intratteneva ricamando il centro di un cuscino che poi mi avrebbe regalato senza aspettare il giorno del mio matrimonio, dato che prima degli altri aveva accettato le mie reticenze verso questa convenzione. Mi accolse con gioia e si diresse verso la  cucina, nonché  verso l’unica stanza della casa, a prepararmi il caffé, come di tradizione, dalla porticina arcata della sua cucina vidi la signora Matilda uscire di casa, con quell’ aria quasi timida ma dignitosa, nonostante la sua solitudine, che tutti conoscevamo, non aveva l’aria di una  vittima ma di una donna fiera ed elegante che si portava addosso sotto quegli abiti di modesto costo. Quella donna attirava la mia curiosità, il suo sguardo era lucente e vivo, per tutta la settimana la vidi seduta all’uscio che ricamava, come tutte le signore della sua generazione, ma non si trattava di un centrino, nè di una tenda, pensai subito ad un copriletto ma era troppo scuro, e la tradizione per il letto esige colori chiari e di buon augurio, non certo quel blu cobalto a mio parere meraviglioso. Un giorno mi avvicinai a lei con una scusa qualsiasi, presto sarei ripartita per Torino, mi ero allontanata fin troppo dal mio lavoro e dalla mia vita, ma Napoli mi trattava sempre così, mi faceva incuriosire, mi invitava a restare, mi corteggiava spavalda, rendendomi timida e impacciata.

:«Buongiorno signora Matilda » -le dissi.

:« Buongiorno signorina»- mi rispose cordiale.

:«La volete una tazzina di caffé? È quello buono, lo faccio con la macchinetta antica, se avete pazienza, vi offro un caffé dei tempi miei».-

L’idea non soltanto mi piaceva, mi seduceva, la signora Matilda si muoveva con eleganza tra quelle mura diroccate, umide, ma con lei dentro sembrava una reggia, non erano dicerie del vicolo, era proprio così. Mi mostrò il suo lavoro ad uncinetto con la gioia di una ragazzina, non le chiesi per cosa le serviva, non mi sembrava più importante, lei mi chiedeva di mio marito, come spiegarle che il matrimonio mi faceva paura, che avevo bisogno di tempo per scegliere un compagno giusto col quale costruire una famiglia sana, accennai comunque a tutto questo, convinta di non trovare nessuna forma di attenzione, nè di comprensione anche se non andò così, Matilda era intelligente e le persone sapeva ascoltarle e capirle, anche quelle più diverse da lei.

Con un solo sguardo capii ad un tratto che si stava facendo tardi per lei, che aveva qualcosa da fare, qualcosa di molto importante, mi alzai dalla sua sediola celeste, riposi le tazzine nel lavabo, la salutai affettuosamente come si fa a Napoli, poi sentii un istante di profonda solitudine, sentii che la signora Matilda non era sola come me, mi percepii minuscola e arida, al cospetto di lei, amorevole e generosa.

Quando le fui appena di spalle  sentii

:« Vi aspetto domani per il caffé, è una buona abitudine prendere il caffé in compagnia, è una bevanda scura, pericolosa e da soli fa quasi paura.»

DUE

Mi fermai a Napoli dieci giorni in più del previsto, la mattina andavo al mercato della Pignasecca, tornavo a casa, facevo da mangiare, scrivevo, ma il momento più importante della giornata era il caffé da Matilda, sapevo che il marito era stato professore di lettere, che era un uomo di cultura,sapeva leggere e scrivere,mi diceva la signora Matilda, mi raccontava di Napoli di pochi più cinquant’anni prima, della vita, della miseria, cose che a lei  fanno paura. Il marito lei lo aveva conosciuto perchè era il cugino della sua migliore amica, Ada la procidana, lei era una sarta finita, le aveva cucito persino il vestito da sposa, qualcosa che non si può dire tanto era bello.

Si conobbero nel ‘45, lui si chiamava Luigi, faceva il professore ed era repubblicano. La signora Matilda a quei tempi portava i boccoli, era una bella ragazza ed aveva molti corteggiatori  ma lei non si innamorava mai,  Matilda  era  una sarta ed era monarchica.

:« Io ero ignorante,  non sapevo né leggere né scrivere, in famiglia mia eravamo sette figli, io ero la terza, ma la prima delle femmine e non mi hanno fatto studiare, era scritto nel destino che dovevo conoscere Luigi, doveva andare così.» La signora Matilda da ragazza accudiva i fratelli e le sorelle nati  dopo di lei, faceva da mangiare per tutti, aiutava la madre, ma non puliva la casa, lei si occupava dei bambini.

Dopo la guerra, con il lavoro di sarta non si guadagnava soprattutto se non sapevi leggere e scrivere,-« Io nemmeno la firma mia sapevo fare.»-

La signora Matilda si iscrisse alle scuole serali, nonostante i contrasti col padre,  il pomeriggio andava da Ada a cucire, e lì un giorno trovò Luigi che insegnava l’italiano ai bambini del quartiere, era vestito di scuro, ma si vedeva che non aveva tanti soldi, lo avevano trasferito da Bologna a Napoli e ancora non aveva nè casa nè moglie.

 La mattina lo vedeva uscire dal portone di Ada con le scarpe lucide e la brillantina, si accendeva una sigaretta e con una mano infilata  nei pantaloni scendeva giù per il vicolo, lo vedeva  passare sotto la sua finestra, e se i loro sguardi si incrociavano, lui si toglieva il cappello e la salutava, rispettoso ed elegante.

:«-Eravamo poveri, è vero, ma la vita era bella, non avevamo grandi cose ma nemmeno le volevamo, vivevamo di poco e ci aiutavamo gli uni con gli altri. Quando si è poveri l’amore è veramente amore, è fatto di oro.» -

Accadde che un pomeriggio Matilda non trovasse Luigi al solito tavolino con i ragazzi ma non ebbe il coraggio di chiedere niente ad Ada, il petto le si gonfiò come una vela al vento, le mani le tremavano e non riuscì a cucire per tutto il pomeriggio, pensò che Luigi avesse trovato la fidanzata, era un bel ragazzo, di cultura, gentile, e vico Giganti era pieno di ragazze da maritare.

I pensieri, vorticosi, le presero a girare tutto intorno, tanto che la povera Matilda decise di andare via prima, con la scusa dei compiti da fare per la scuola. Pensava gli occhi verdi di Luigi che brillavano sul petto di qualche ragazza, lo vedeva camminare sotto le lenzuola ad asciugare  di Napoli, seduto alla destra di una ragazza alta e elegante, non come lei, piccola, ignorate, goffa, come..., come aveva potuto solo pensare di poter....non sapeva neanche quel che aveva immaginato, ma erano sogni stupidi, la realtà si sa è sempre un’altra cosa. Salutò Ada e si riversò giù per le scale, ansiosa, palpitante, affannosa, dolorante. Matilda era innamorata ed era la prima volta.

Ada, che la conosceva bene, si affacciò dalla balconata, che dà tuttora sulla strada e le gridò:

:«- Matì, prima di andare alla scuola passa di qua, chiediamo se Luigi ti può aiutare con le lezioni, sono studi difficili, ci vuole qualcuno che ti aiuta, se non passi l’esame chi lo sente a tuo padre».-

                   TRE

Matilda e Luigi si sposarono nel maggio del 1947, lei aveva preso la terza elementare, lui la aiutava nei suoi studi e aveva trovato un impiego in un ufficio a S. Giorgio a Cremano, la mattina si svegliava molto presto, ma, non voleva che  Matilda si svegliasse prima di lui, a svegliarla doveva essere lui,  col caffé fumante.

Il primo figlio nacque a giugno, nel ‘49, avevano preso la casa della nonna di Matilda che era morta e aveva lasciato scritto nel testamento che la casa di Vico Gigante n. 2 era di Matilda Lugghiera, che aveva allevato tutti i fratelli, che  studiava e lavorava.

Io, guardavo e riguardavo la casa, e pensavo tra me e me, che certo  erano altri tempi, ma la casa mi sembrava così buia, così inospitale per due sposi...ogni volta che pensavo a questo la signora Matilda, non so come faceva, mi guardava teneramente, come per suggerirmi qualcosa,  qualcosa che io non riuscivo a comprendere.

La cucina mi sembrava l’unica stanza, anche perchè se ricordavo bene la stanza da letto era una stanzina minuscola dove c’era soltanto il letto, dato che l’armadio era dietro il tavolo della cucina,  era da lì che prendeva tutti i suoi ricami e le sue stuoine.

Un pomeriggio la portai con me a comprare un vassoio per mia madre, che si lamentava di non poter portare il caffé per più di quattro persone.

Andai a prenderla, ero con Marta, una mia amica del liceo, percorremmo Spaccanapoli, c’era un bel negozio di arredamento da cucina alle spalle di  P.zza Carità. Mi stupiva che la signora Matilda non prestasse attenzione a nessun negozio in particolare, come se non avesse bisogno di niente, probabilmente erano i miei pregiudizi, oppure si trattava una presunzione nascosta che mi aveva fatto immaginare Matilda col naso sulle vetrine, a comperare lana e cotone bianco da ricamare, invece come al solito mi stupì. Non curò nessuno dei negozi suddetti, passava indifferente sotto le vetrine allestite, noi al contrario ci fermavamo ad ogni angolo, mi sentivo ammalata di fronte alla sua forza, ad una integrità che non mi apparteneva nonostante un rigore che mi sforzavo di dare ma che si infrangeva, si scioglieva come ghiaccio al sole, e il sole era Matilda. Sulla strada del ritorno, dopo aver preso una cioccolata calda a P.za Bellini, Matilda la prese senza panna ma prese i biscottini con l’amarena  in cima, l’unico negozio al quale degnò la sua attenzione fu un rilegatore di libri, nonché miniaturista, in via S. Domenico, entrò con l’occhio vivace, non come i nostri, già spenti dopo il veloce bagliore dello shopping, ma qualcosa di più intenso e profondo, qualcosa di ingenuo e infantile e allo stesso tempo saggio, come di chi affronta la vita da molti anni. Matilda entrò, sfogliò con lo sguardo i ripiani che si ergevano di fronte la sua figura minuta simili alle montagne abruzzesi, si fece portare la scala e poi comprò,  decisa e disinvolta una copia in miniatura della Divina Commedia. Marta ed io ci scorgemmo incredule ma contente.

Quattro

Dopo tre giorni sarei partita, a malincuore, come sempre, avrei lasciato le strade vocianti del ventre di Napoli, il ventre dell’Italia, sarei ripartita con la solita borsa di più, con Marta ci saremmo salutate la sera, saremmo andate a cena e poi al cinema.

L’aria, fiorente d’estate, si annidava calda intorno agli usci aperti di Napoli, entrai nella sala da pranzo di mia madre, ero sicura che nella mia casa c’era in qualche vecchia foto il volto di Luigi, il marito di Matilda.

Luigi era morto nel ’53, era stato investito dopo una riunione sindacale da una automobile, aveva battuto la testa ed era morto. Matilda, che era arrivata alla terza media con  agli aiuti del marito, aveva allevato i due figli da sola e aveva continuato a lavorare, ma con un lavoro dignitoso, aveva avuto un impiego come bidella  in una scuola, grazie ai suoi studi, poteva aiutare i figli con i compiti e così il pomeriggio, mentre i figli studiavano, lei continuava a ricamare e a cucire come Ada le aveva insegnato.

: «Un giorno mi bussarono alla porta, io ero incinta del mio secondo figlio, ero a casa a preparare la cena, la gente del quartiere mi disse che Luigi non c’era più, che era morto. Eh, che vi devo dire, sentii un dolore al petto così forte che mi fece fermare il cuore, il cuore non ce l’avevo più, poi non mi ricordo più niente ma la gente del vico dice che non mi riconoscevano più, che non ero più io. La vita,... fa pure così, non c’entra Dio con tutto questo, la vita fa il suo corso, ma io Dio ce l’ho dentro, lui non mi ha mai abbandonato.»

Matilda mi aveva parlato così, tra una chiacchiera e l’altra, mi prese alla sprovvista, mi scombussolò tutta, cominciai a piangere senza riuscire a controllarmi, sentivo tutto il suo sconforto nonostante la compostezza delle parole, capivo il suo rigore, amavo quegli occhi pieni di vita.

Lei mi sorrise, un pò sorpresa, forse non aveva pensato alla mia reazione, ma cosa avrei dovuto dire? Che mi dispiaceva forse? O che potevo capire? Non ero in grado di capire ma soltanto di soffrire per lei.

Continuavo a cercare il volto di Luigi tra le foto di casa in preda ad un’ansia inspiegabile, volevo vedere il suo volto, volevo vedere Matilda prima che la vita le sparasse al cuore, volevo vedere i suoi occhi senza l’ombra. Non riuscii a trovare niente all’infuori di tutti i matrimoni della mia famiglia, delle nascite, dei battesimi, e sentii di non meritare tanta felicità, avrei preferito che Matilda fosse invecchiata con Luigi, che la teneva per mano per Vico Giganti e le portava il caffè la mattina.

Mi sentivo triste. Non mi curai il trucco nè i capelli, feci una doccia e uscii per la cena.

ULTIMA SCENA

Mi trovavo in una baia, una piccola baia e guardavo le barche attraccare, io ero seduta sul molo e fumavo una sigaretta.

Attesi il tramonto e poi la luna in una calma che nella vita non avevo mai conosciuto, osservavo la luna levarsi sopra il corpo del mare, alzarsi e dare luce alle sue increspature, al suo spazio senza bordi, nè confini. Spensi la sigaretta in un vecchio posacenere da strada, quelli che ora non si vedono più in giro, appoggiai i due piedi al suolo, uno accanto all’altro, pronti  per andare via quando il fischio di una nave mi fece voltare alla mia sinistra, una immensa nave da crociera annunciava al molo il suo arrivo, illuminata a festa, grondante di voci con le mani dei piccoli che uscivano appena dai parabordi a salutare la terra, il porto, e con il porto me. Attesi la passerella piegarsi sul molo,  immobilizzata da tanta grandezza, mi avvicinai incuriosita, e appoggiata alle transenne che mi separavano dalla bocca della nave, vidi Matilda, si trattava di Matilda che camminava a braccetto con suo marito, raggiante, vestita di verde con una borsetta beige, e i sandali anche chiari al piede, cominciai a chiamarla, le persone mi passavano davanti e per un attimo pensai che era meglio andare via,  lasciarla passeggiare col marito, ora che si erano ricongiunti, che cosa le stavo chiedendo, in realtà? Perchè non andavo via, cosa volevo sapere ancora? Diedi le spalle al transatlantico d’oro quando una mano mi si poggiò sulla spalla, la mano amorevole e lieve,  mi voltai e sorrisi a Matilda.

Mi svegliai affannata, guardai l’orologio, erano le sei del mattino, l’alba cominciava fresca sulle terrazze di Napoli, indossai lo scialle di filo rosso di mia madre che cadeva morbido lungo tutto il corpo e finiva leggero sulle ginocchia. Attraversai il lungo corridoio scuro e arrivai dritta alla porta della cucina, misi il caffé sul fornello e mi appoggiai alla finestra, tra il celeste del gas e l’azzurro della notte che diveniva giorno. Presi carta e penna e presi a scrivere il mio sogno, la nave, la Baia, Matilda, mi rimaneva nelle orecchie il fischio della nave, come un eco,  espanso per tutto il blu del mare mediterraneo. Quando  la mia  famiglia si svegliò, io avevo preparato la colazione per tutti, mia madre continuava a congelare  la pasta frolla, così che potei preparare una crostata di fichi e ricotta e un cappuccino caldo per ciascuno di loro. Imbadii la tavola di dolcetti e cioccolatini, le tazze larghe della collezione della nonna, bianche con i bordi rossi, e al centro della tavola un mazzolino di fresie  gialle. Mi piacque vedere i loro volti ovali specchiarsi sul tondo della tavola imbandita, frettolosi, si sedettero e abbracciarono le loro tazze gonfie di latte, parlavano tra loro e la casa, ad ogni sorso,  si riempiva di un’antica armonia. Accantonato il sogno sul foglio, tagliai un pezzo di crostata e mi diressi verso la casa di Matilda. La paura mi cominciò a far battere il petto, le superstizioni di Napoli mi invadevano, loro erano le onde e io la rena sulla quale si infrangevano violente, e se Matilda stesse male? Cominciai a pensare al peggio, quando arrivai sull’uscio del suo basso la porta era chiusa, le gambe mi cominciarono a tremare, cosa stava succedendo? Cominciai a chiamarla:« Matilda!» -Gridavo-«Matilda!»

La signora di sopra mi disse che non l’aveva vista uscire,  pensai al peggio, avevo fatto un sogno premonitore ed ora lei si ricongiungeva al marito, l’ansia mi fece battere i pugni sulla porta, quando ad un tratto la porta si aprì, Matilda non capì cosa stesse accadendo,

-«Mi stai chiamando, che è successo?»

La abbracciai, -«Matilda»-le dissi-«oggi parto, le ho portato un pò di crostata che ho preparato stamattina»-

«Come sei bella, entra a Matilda.»

Durante il mio breve delirio non mi accorsi di aver omesso il signora e di averla chiamata per nome, dichiarandole infine il mio amore, e lei ricambiò. Entrata, feci per sedermi intorno al tavolo nella cucina buia quando lei splendente mi fece cenno di seguirla, io non capivo e la interrogavo con lo sguardo, e lei:« Vieni, vieni».- sorridendo.

Avvicinò la mano al petto e prese una chiave che teneva ciondolante tra i seni come un crocifisso, poi immerse la chiave nella serratura nascosta dalla sua ombra e dopo due mandate  si apriva davanti ai nostri occhi uno spazio vasto, luminoso, la luce entrò con violenza e ci invase i volti opachi. Il tempo di schiarirmi la vista che capii di essere nell’anima di Matilda, mi aveva aperto il suo scrigno e io trasognante cominciai a ridere. Mi trovavo nella Biblioteca di Matilda, dopo il buio della sua cucina, Matilda serbava una immensa veranda lucente, piena di scaffali rigonfi di libri, libri di tutto il mondo, i libri di Luigi, i suoi , quelli dei suoi figli, i libri che aveva cominciato a leggere durante la lunga vedovanza, allora vidi il telo blu ricamato sul tavolo tondo di legno, ed un altro azzurro per la poltrona sottostante ed uno rosso per il poggiapiedi, e poi piante e fiori, perfino un acquario all’angolo tra la fine della parete e l’inizio del vetro. Rimasi al centro della stanza dal soffitto infinito per tanto tempo, prendemmo il caffè lì stavolta e mangiammo la mia crostata. Sulla tavola la foto di Luigi e Matilda che studiavano insieme.

«Mi scriveva molte lettere Luigi, anche se stavamo nello stesso vico, la più bella era una specie di racconto dove lui partiva su una nave e scopriva una terra nuova da alfabetizzare , come diceva lui, lui ci teneva a queste cose, ha scritto pure dei libri, io li ho letti tutti, li conosco a memoria come il rosario.» Non ebbi il tempo di chiederle nulla che mi rispose:« Sì, quella che sta all’ingresso di là, è sua! Ti ho vista che la leggevi la prima volta che sei entrata, tu sei una donna di cultura certe cose le capisci.»

                  Scoppiai a piangere e lei con me, come  felici.

Emiliana Chiarolanza

sabato 23 agosto 2025

G8 Genova Carlo vive

 

Firmiamo il contratto di locazione il 20 luglio del 2001, Firenze luccica di sole e noi dal motorino ci fermiamo in una casa del popolo a bere una spuma all’arancia, siamo in 5 dividiamo un appartamento a San Frediano, la TV intercetta la nostra attenzione fioca.

Muore un ragazzo di 19 anni alla manifestazione NO GLOBAL al G8 di Genova, ci guardiamo inorriditi, amici partiti in mattinata chiamano.

Saliamo un sul treno speciale il mattino dopo.

Alle 8.00 la stazione di Santa Maria Novella è gremita e le bandiere rosse sventolano insieme alle bandane che portiamo in cima ai capelli.

Agnoletto ci avverte: saremo bombardati, voi seguite e ci vediamo al campeggio.

Un giornalista seduto ai bordi del corteo mi chiede una sigaretta, vaghi ricordi della mia tastiera abbandonata mi creano un crampo allo stomaco, ci parliamo.

Il movimento mi richiama all’ordine, mangio due panini e ripartiamo per il corteo.

Mentre sfiliamo pacifici circondati dalla polizia gli slogan si sciolgono sulle bocche come un liberatorio NO unanime.

Siamo i NO GLOBAL, il molosso dell’economia contro un corteo di studenti, da poco finito IMPERO di Toni Negri e mi trovo di fronte il molosso.

“Sebbene l'Impero disponga di un vasto arsenale di strumenti e poteri di oppressione e distruzione, questo non giustifica affatto un rimpianto per le forme di dominio passate. Al contrario, la transizione verso l'Impero e i suoi intrinseci processi di globalizzazione offrono inedite opportunità per le forze di liberazione”.

“La globalizzazione, infatti, non rappresenta una realtà monolitica o semplice; i molteplici processi che la definiscono non sono unificati e, tantomeno, univoci. Il nostro compito politico non si limita, pertanto, a una mera resistenza passiva, bensì si orienta verso una riorganizzazione attiva di tali processi, per dirigerli verso nuove e costruttive finalità”.

“Le forze creative della moltitudine, che pur sostengono l'Impero, sono intrinsecamente capaci di edificare in modo autonomo un contro-Impero: un'organizzazione politica alternativa, fondata sulla riappropriazione e sulla nuova direzione dei flussi e degli scambi globali. È in questa prospettiva che si annida la possibilità di un'emancipazione reale e di un superamento delle logiche di dominio esistenti”.

Sulla via che costeggia il mare veniamo così accerchiati, Carlo vive gridiamo tutti e poi si sa, i lacrimogeni, la vista annebbiata, i manganelli, vedo una donna incinta correre e gridare, io cerco i miei amici, mi afferrano il braccio mi premono il succo di limone sugli occhi.

Il resto svanisce nel ricordo quell’indicibile violenza e quel Governo Berlusconi mentre la polizia ci ostruisce ogni passaggio, la polizia e il biocontrollo di Foucault tutto rimane sull’asfalto, i nasi rotti, i ragazzi che urlano, io scappo coi i miei amici e ci ritroviamo al campeggio.

Sarà la notte della Diaz ma la conosciamo già, quel che non è stato detto è quel rancore, la negazione di ogni diritto a manifestare, la negazione della DEMOCRAZIA.

Eravamo i rossi, i comunisti, eravamo un gruppo di studenti di psicologia, filosofia, architettura e la voce che ci univa non era un ideale marxista ma una idea di democrazia REALE, gente di sinistra che studiava e lavorava, che realizzava il suo socialismo democratico in bici portando un fiore a Carlo che non c’era più perché aveva perso il controllo in una situazione di estrema solitudine e rabbia, noi ci siamo stati e non abbiamo dimenticato.

EC

lunedì 4 agosto 2025


Allevamento di funghi

ec
 


 


 

Bagnoli dei giochi

 

 

“Bagnoli dei giochi” è il tentativo documentaristico di riportare in forma di paesaggio la condizione ambientale del quartiere di Bagnoli (NA).

Le immagini hanno, infatti, come soggetto esclusivamente l’area dismessa dell’ex Ilva poi Italsider industria siderurgica che ha visto due guerre mondiali, il dopoguerra, la forte crisi e il ridimensionamento strutturale fino alla definitiva chiusura del 1992.

Lo sguardo è lontano e forse rende un distacco cognitivo della cittadinanza che adotta l’ex area industriale come parte estranea del territorio pur sovrastandola.

 

La mia percezione personale alla vista dell’ex area industriale Italsider è stata quella di una temporalità sospesa, un senso di attesa che qualcosa cambi per un territorio dalla bellezza compromessa e della sua salubrità dubbia.

 

Il titolo delle riproduzioni d’immagini ha l’intenzione di rimarcare il susseguirsi delle generazioni di abitanti e cittadini tutti che nascono e crescono e giocano e studiano convivendo con un territorio fantasma dove la natura lotta contro il cemento, l’acciaio e la decadenza di una grande struttura che ha chiuso i battenti.

E ancora, il fallimento dei tentativi di rigenerazione territoriale e l’attesa dei bagnolesi di un risarcimento sociale potrebbero rappresentare una mia personale chiave di lettura.

 

Si, forse perché spesso è possibile che ci si dimentichi che le spiagge di Bagnoli e il suo bellissimo lungomare sono stati sottratti ai suoi abitanti, porzioni intere di paesaggio e di vita attiva che tentano la strada (ingiusta) della convivenza.

 

Tornando alla questione meramente fotografica, questi paesaggi post industriali lasciano percepire il silenzio dell’area siderurgica e la forza di chi ci vive (al di) sopra.

 

Emiliana Chiarolanza


 Ossimoro


 Vegan Life

Sovraproduzione, sfruttamento animale, surriscaldamento globale, il dramma degli allevamenti intensivi (lager) spingono gli abitanti umani del mondo a scegliere un’alimentazione che sia etica assumendo porzioni di coscienza rispetto a problematiche globali.

Il veganesimo è una di queste strade etiche, non scevro da contraddizioni, ma senz’altro una scelta coraggiosa.

Il lavoro fotografico “Vegan Life” intenta con una strada simbolica (l’uomo – coniglio rappresenta la persona vegana) di rendere visibile e, quindi, tangibile il mondo in cui si muove la presa di coscienza di un qualsiasi individuo con la sua tradizione culinaria, le sue tradizioni e la sua società.

Le immagini cercano di riflettere la necessità intima che nutre la scelta vegana e la rinuncia a prodotti animali e di derivazione animale affinché si arrivi a un mercato etico.

L’immagine inizia come una sorta di viaggio / itinerario con il soggetto che dal finestrino della metro vede una grande illuminazione di un fast food, proprio per dare un’impronta reale di ciò con cui ci si va a scontrare, persone singole e molossi dell’economia.

La foto forse più criptica è forse quella della chiesetta, dove ho tentato di rappresentare la fede nella lotta animalista e una parte meramente fisica, fisiologica, biologica che soffre.

L’attivismo politico animalista si concentra nella foto dell’uomo- coniglio chiuso in una gabbia al parco come segno di protesta.

Il lavoro “Vegan Life” vorrebbe però, essere in primo luogo un lavoro di libertà e armonia con il mondo che ci circonda, la ricerca di nuovi equilibri economici e nuove coscienze sui diritti di vita animale.

Grazie per essere qui

Emiliana Chiarolanza

ENG

Overproduction, animal exploitation, global warming, the tragedy of intensive farming (factory farms) drive the human inhabitants of the world to choose an ethical diet by taking on portions of conscience regarding global issues.

Veganism is one of these ethical paths, not without contradictions, but certainly a courageous choice.

The photographic work "Vegan Life" attempts, through a symbolic path (the human-rabbit represents the vegan person), to make visible and, therefore, tangible the world in which the awareness of any individual moves with their culinary tradition, their traditions and their society.

The images seek to reflect the intimate need that nourishes the vegan choice and the renunciation of animal products and animal derivatives in order to arrive at an ethical market.

The image begins as a sort of journey/itinerary with the subject who, from the subway window, sees a great illumination of a fast food restaurant, precisely to give a real imprint of what one is going to clash with, single people and economic mastiffs.

The perhaps most cryptic photo is perhaps that of the small church, where I tried to represent faith in the animal rights struggle and a merely physical, physiological, biological part that suffers.

Animal rights political activism focuses on the photo of the human-rabbit locked in a cage in the park as a sign of protest.

The work "Vegan Life" would, however, like to be first and foremost a work of freedom and harmony with the world that surrounds us, the search for new economic balances and new awareness of animal life rights.

Thank you for being here.

Emiliana Chiarolanza

ES

Sobreproducción, explotación animal, calentamiento global, el drama de las granjas intensivas (lager) empujan a los habitantes humanos del mundo a elegir una alimentación ética, asumiendo porciones de conciencia sobre problemáticas globales.

El veganismo es una de estas vías éticas, no exenta de contradicciones, pero sin duda una elección valiente.

El trabajo fotográfico "Vida Vegana" intenta, a través de una vía simbólica (el hombre-conejo representa a la persona vegana), hacer visible y, por lo tanto, tangible el mundo en el que se mueve la toma de conciencia de cualquier individuo con su tradición culinaria, sus tradiciones y su sociedad.

Las imágenes buscan reflejar la necesidad íntima que nutre la elección vegana y la renuncia a productos animales y de derivación animal para llegar a un mercado ético.

La imagen comienza como una especie de viaje/itinerario con el sujeto que, desde la ventanilla del metro, vee una gran iluminación de un restaurante de comida rápida, precisamente para dar una impronta real de aquello con lo que uno se va a encontrar, personas individuales y mastodontes de la economía.

La foto quizás más críptica es quizás la de la pequeña iglesia, donde intenté representar la fe en la lucha animalista y una parte meramente física, fisiológica, biológica que sufre.

El activismo político animalista se concentra en la foto del hombre-conejo encerrado en una jaula en el parque como señal de protesta.

El trabajo "Vida Vegana" querría, sin embargo, ser en primer lugar un trabajo de libertad y armonía con el mundo que nos rodea, la búsqueda de nuevos equilibrios económicos y nuevas conciencias sobre los derechos de la vida animal.

Gracias por estar aquí.

Emiliana Chiarolanza


 

Who do you love best?

A chi vuoi più bene?

 

Who do you love best? – A chi vuoi più bene – è un progetto che parla dell’infanzia, dei suoi simboli e della sua tenerezza.

Come si evince dalle immagini è il colore il protagonista indiscusso, che cambia, si evolve, si aggroviglia e distende proprio come i volti dei bambini.

La scelta è senza dubbio condizionata dall’età e dell’epoca dell’infanzia della mia generazione, ciò detto, credo che alcune simbologie siano trasversalmente condivisibili da più generazioni, e se così non fosse, allora ecco che forse il colore potrà fare da ponte intergenerazionale.

 

Il punto non vuole essere un “amarcord” desolato quanto piuttosto un focus su quelle caratteristiche che appartengono all’infanzia di tutti come la curiosità, l’apprendimento, il gioco e la socialità.

 

Le foto si suddividono in due categorie: bianche e rosa, alle bianche appartengono le immagini dello scarabocchio, il pesciolino, il puzzle, la TV e le bolle di sapone; mentre dalla parte del rosa troviamo: l’albero, i birilli, il palloncino, e la sedia, una classificazione data dalla declinazione di questi due colori principali e anche un poco casuale.

 

Il gioco emotivo che sottende l’immaginario e la simbologia delle foto è molto personale ma estendibile e di facile intuizione.

 

La bambina che ero e l’infanzia tutta è racchiusa in quella caramella che ne rappresenta le sembianze, la presenza e la dolcezza.

Il titolo Who do you love best – A chi vuoi più bene – era una domanda che da bambina mi facevano in molti, chiedendomi di scegliere a chi volessi più bene tra genitori, zii, amici, e nonni, una domanda di difficile risposta e che è rimasta vuota.

Buona visione

Emiliana Chiarolanza

 

Un pappagallo romanista

di EC


Siedo sotto un ramo cadente di cicale, quando mi chiamano dall’altoparlante…

Lavoro come stiratrice in fabbrica, la paga mi basta per l’affitto e qualche sigaretta, smonto distrutta alle 18.00 scartando inviti su inviti: i soldi ci sono pure ma l’entusiasmo si è dileguato.

Detto questo, arrivo in ufficio, il camice è pulito, lo lavo tutte le sere, la bocca pulita, parlo poco a lavoro e stiro.

“Quante sigarette fumi al giorno?” mi chiede il titolare del personale

“Ma guarda almeno un pacchetto”

“Smetti ora”

Arrossisco, il vizio del fumo è anche un disagio, un difetto ostentato, dichiarato, un bisogno nascosto che non vuole essere compreso.

Non rispondo nulla e torno all’asse.

Un collega, il più gentile del reparto modellismo si avvicina e mi avverte che al momento dopo la requisitoria dei telefoni la fabbrica vieta di fumare.

La produzione certo… si rallenta.

La tosse mi avvampa gli occhi e si inumidisce il viso.

La gogna è una malattia del titolare, come se non avesse nulla da nascondere lui, con quel fare lindo ti dice le peggiori carognate per 800 euro al mese e chissà oltre quel cancello, se lo varcassi magari…

Ma non ho il coraggio di tentare il vuoto.

Potrei ripulire le scale dei palazzi, mi dico, lì se fumo … in fondo a chi interessa.

Sono il bersaglio, sono la muta, sono l’ultima spiego a quel pezzetto ribelle che non posso manifestare.

In fabbrica il sindacato non c’è e trovare le parole da sola… è difficile.

La terza media… dico è troppo poco per cambiare vita.

Scattano le 18.00 e tolgo il camice da lavoro, quando ancora mi viene chiesto di ripulire il reparto prima di andare via… senza aumento ma con qualche bonus una tantum.

Non ho autorità.

Il vapore del ferro da stiro diventa una nube in cui mi piace chiudere gli occhi e aspirare e respirare, un nulla che dimostra la sua densità, un niente che riempie le ore, tra un capo e l’altro, una canzone sussurrata alla radio, un morto dimenticato caduto da una impalcatura.

Siamo in Italia, dico, siamo a Napoli… mi ricattano, mi stringe il fianco la morsa della disoccupazione che non posso permettermi, instancabile lavorio delle ossa che scricchiolano.

Alle 19.00 varco la soglia e accendo la mia sigaretta, il suolo è più fresco, l’aria intorno cade dai palazzi circostanti, le nuvole scorrono in fila senza forma, la loro astratta geometria mi scende sulle lenti da vista.

Perché c’è l’oculista da pagare, le medicine da prendere, il ticket obbligatorio e l’auto.

Quell’ansia nemica mi aggroviglia il respiro e no, non sono le sigarette, oggi ne ho fumate 5 allora cos’è.

E se mi sposassi?

Se trovassi uno che mi lascia in pace a casa ad addomesticare pappagalli?

La via di fuga non c’è.

Troppo stanca per uscire, troppo subdola per riuscire.

Allora vado al bar, prendo un caffè… un ragazzo legge scaltro il giornale, lo noto, sei un giornalista? Chiedo.

No, la mia ragazza si, leggo un suo articolo.

Fermo l’orologio, denuncio la mia stanchezza al giovane in prima pagina e mi ritrovo

inoltrata nella folla di ex fumatori al centro antifumo.

Vorrei smettere di fumare

E il medico: questo non è possibile

La sua simpatia mi avvolge le labbra e sorrido.

Il caso della fabbrica va avanti, ho conosciuto la fidanzata del tipetto al bar, una piccola fiammella di speranza, una giovane e briosa in cerca di mezze verità.

Ci sediamo a bere una birra tutti e tre, racconto aneddoti, arriva un sindacalista che mi chiude la bocca e va via.

Ora tocca a lui.

Il prossimo lavoro?

Al centro antifumo mi diverto a ricamare fiori sulla tendina, poi la regalo al medico, per adesso fumo 10 sigarette al giorno, poco male, mi è venuta la curiosità di fare la fioraia.

Il sindacalista mi avvia al centro per l’impiego, esistono corsi gratuiti per imparare a fare la fiorista, perché no?

Sulla volta della mia modesta abitazione ho disegnato un pappagallo, è rosso e giallo come la Roma, mi ha detto una mia amica, la squadra dici? In verità non seguo il calcio ma è un bel gioco, d’altronde mi chiamo Romana, viva, tutta.


 


 


 


 


 

Erbacce

 

Il progetto fotografico “Erbacce” vuole concentrare l’attenzione di chi guarda sulla forza spontanea dei fiori e di alcune piante spontanee ritenute “brutte”, infestanti e che godono di una vita breve in quanto rimosse ed etichettate in senso dispregiativo, come erbacce appunto.

Ciononostante ho voluto immortalare queste piantine che crescono ai bordi del cemento dei marciapiedi, del ferro delle costruzioni stradali oppure ancora, sulle radici degli alberi ai bordi delle strade come anche nei prati.

Non me ne vogliano gli esperti di foraging se non sono in grado di schedare queste belle erbette, l’intento era soltanto rappresentarne la forza straordinaria con la quale questi fiorellini si contrappongono alla mano dominatrice dell’uomo.

Ancora volevo rappresentare la bellezza della spontaneità e della natura “minore” che si offre gratuitamente al nostro sguardo senza prezzario e senza nome, in anonimato e colorando percorsi e marciapiedi di e per tutti.

 Buona visione

Emiliana Chiarolanza

 

 


 ITA

Progetto BITE

“Progetto BITE” raccoglie la sequenza di immagini di una possibile tavola apparecchiata ma non imbandita.

Lo scopo del progetto è tentare di rappresentare la dimensione della cura dei disturbi alimentari e il ricongiungimento delle parti emotive.

Una simbologia semplice che tenta, in chiave di ricostruzione, la strada di una visione di quel che possiamo definire il superamento di una fragilità.

Per questa ragione ho scelto oggetti in ceramica per evidenziarne la struttura delicata.

In questa poetica degli oggetti ho riposto la carica comunicativa delle

immagini – simbolo come ponte su un universo emotivo tutto da conoscere.

Nutrirsi, prendersi cura e immaginarsi nuovi sono le parole chiavi di “Progetto BITE”, perché si possa aderire a un progetto di rifioritura a piccoli morsi, bite appunto.

Buona visione

Emiliana Chiarolanza


Eng

BITE Project

“BITE Project” collects a sequence of images of a possible set table, but not laid out with food.

The aim of the project is to attempt to represent the dimension of care from eating disorders and the reconnection of emotional parts. A simple symbolism that, in a reconstructive key, attempts to pave the way for a vision of what we can define as overcoming fragility. For this reason, I chose ceramic objects to highlight their delicate structure. In this poetics of objects, I placed the communicative charge of the images – symbols as a bridge to an emotional universe to be fully discovered. Nourishing oneself, taking care, and imagining oneself anew are the key words of “BITE Project,” so that one can participate in a project of blooming, little by little, or bite by bite.

Enjoy.

Emiliana Chiarolanza


ES

Proyecto BITE

“Proyecyto BITE” reune la secuencia de imágenes de una posible mesa puesta pero no preparada.

El objetivo del proyecto es intentar representar la dimensión del cuidado de los desordenes alimentarios y un nuevo encuentro de las partes emocionales.

Un simbolismo sencillo que intenta, en términos de hallar y encontrar, el camino de una visión de lo que podemos definir como la superación de una fragilidad.

Por eso elegí objetos cerámicos para resaltar su delicada estructura.

En esta poética de los objetos he colocado la carga comunicativa de las imágenes-símbolo como puente sobre un universo emocional aún por conocer.

Alimentarse, cuidarse e imaginarse nuevo son las palabras claves de "Proyecto BITE”, para que puedas sumarte a un proyecto de reflorecimiento a pequeños bocados, a bocaditos precisamente.

Buena visión

Emiliana Chiarolanza

venerdì 25 luglio 2025

Breve favola per l'infanzia. La ninfa e la fonte di Emiliana Chiarolanza

 



 

 La sua ala era così con una grossa macchia rossa a forma di fiore, un po’ più grande dell’altra. La ninfetta dall’ala fiorita passeggiava per il bosco.

Si trattava certamente di un bosco incantato, sembrava  cristallizzato da un incantesimo , il tempo si era fermato all’improvviso e  la prima cosa che le venne in mente fu una sorgente ghiacciata , bellissima ma immobile.

Tutto intorno le sembrava gigantesco, le foglie erano  verdi e secche insieme e ogni volta che si imbatteva in una era pesante e asciutta come imbalsamata. Ogni  rumore si amplificava, in quel bosco incantato che la stava portando verso un villaggio disabitato e deserto. Si trovava sicuramente nei pressi di un  villaggio abbandonato  perché la vegetazione aveva invaso il sentiero che aveva imboccato e si sa che ogni sentiero porta in qualche posto.

Arrivò, infatti,  all’entrata di un  villaggio perché si  trovò di fronte ad un arco di  bocche di leone  accasciate con tutti i petali all’ingiù come se dormissero,l’ala fiorita le si impigliò tra i fiori.

Riuscì a passare  la porta , il villaggio le  si mostrava  completamente ricoperto di muschio verde come se lo stesse conservando. Appena entrò vide l’orologio del paese, tutto di legno.

Le lancette erano  ferme , anch’esse immobili. Chissà da quanto tempo ormai -pensò tra sé.

E spiccò il volo.

Si trattava di un villaggio di forma circolare dove tutte le  stradine , fatte di pietra e muschio ,  come arterie si ramificavano e si riunivano in quattro piazze principali.

Fece un lungo volo di 30 secondi e vide che si trattava di un villaggio con altissime torri ciascuna  posto ad un diverso punto cardinale .

A ovest del villaggio si ergeva un albero grandissimo  dai rami resistenti e dal cespuglio rigoglioso, mentre da lontano intravide un salice allora volò, non senza difficoltà, verso di lui e lì si accorse della fonte. La fonte più bella che mai avesse visto durante tutto il suo viaggio, splendeva di una  luce  più suggestiva delle altre .

Forse aveva trovato il villaggio di Kiro, ma come poteva esserne certa se ancora non aveva ritrovato neppure  il suo nome ancora.

 E poi non aveva incontrato né veduto nessuno da quando era arrivata al paese , né una rana, né una semplice mosca per sapere dove si trovava e  se  mancava ancora molto per  la fonte preziosa di Kiro.

Vigile e libera Opi, così come l’aveva  ribattezzata la ninfa del libeccio,  se ne stava lungo un ruscello per incontrare qualcuno che avesse sete per sapere dove fosse.

Purtroppo il suo unico avere, la sua bussola di vetro, l’aveva donata  alla ninfa del libeccio  e ora non era più certa di dove fosse.

Le venne alla mente la ninfa del libeccio e tutta quella sua aria fredda che  emanava   tanto che gelavano  la terra e  i piedi.

 Era stato molto faticoso rimanere da lei e certo il cammino sulla terra ghiacciata sembrava lunghissimo dato che  le ali non poteva usarle a causa del ghiaccio .Quando però le disse <Ora viaggio verso Kiro alla ricerca della fonte preziosa .>

<Allora prendi pure questo sacchetto e svuotalo sulle tue ali così che il buon vento del libeccio non ostacoli il tuo viaggio . questa polvere non ti farà gelare và ora che il viaggio è lungo ancora .>

Per ringraziarla allora  prese la bussola e gliela donò. E fu tanta e tanto contagiosa la gioia della ninfa che la terra non gelò per più di un minuto.

Ci sarebbero voluti almeno tre giorni e  invece  grazie alla sua polvere dopo una sola notte già si trovava al bivio dei  Tre Alberi del Sud.

Si trattava di  tre alberi  assolutamente identici,  i rami però no si toccavano mai e  per una strana ragione essi  ospitavano specie in lotta tra loro. Essi erano circondati  sempre da un  ronzio insopportabile.

Sempre, come uno sciame di vespe arrabbiate che non danno tregua alle orecchie e indispongono l’animo, anche quello più puro. Tutti  vi sostavano sempre per poco tempo perchè L’odio e il rumore che li circondava vanificava ogni forma di bellezza.

Il rumore stesso comunque lo rendeva facile da riconoscere e  il posto dei Tre alberi del Sud  segnava sulle cartine un punto di riferimento sicuro e inconfondibile. Invece questo villaggio non compariva sulla sua mappa….chissà quanto lungo era ancora il viaggio, eppure non doveva mancare molto…

 La ninfa  era sicura di essere ad una settimana dalla fonte di Kiro.era forse quella la fonte che cercava? Oppure era soltanto un vecchio villaggio abbandonato scomparso pure dalla mappa del bosco?

Era già l’ora del tramonto così  decise di avanzare fino alla cupoletta di  edere e papaveri a 8 km a sud est dalla sua meta segnata sulla mappa che gli aveva dato Koe, già –pensò- continuava a ricordarsi solo di lui e del viaggio da fare .

Trovò il rifugio segnato sulla mappa.

Tanti erano passati di lì per le più svariate mete e tutti avevano lasciato il loro dono. Era la prima volta che dormiva lì. Era come riposare in rifugio magico perché quel posto conosceva i sogni di tutti gli abitanti del bosco e dei viaggiatori del mondo.

Lo trovò molto dolce  e accogliente, un viandante aveva lasciato delle candele azzurre come il mare  e tantissimi fiammiferi, poi c’era una coperta fatta con piume di uccello caldissima, ricucita in un cotone di canapa con una grossa farfalla disegnata sopra, assomigliava un po’ alla sua ala fiorita.

 Il letto era costruito su di una struttura di legno così che anche gli gnomi potessero riposare. La scaletta era piccola, le scale erano più alte di lei e dovette saltare a piè pari per poterne raggiungere la vetta, decise infatti di non impigliare l’ala stavolta.

 La  scaletta, era  profumata  forse era fatta con rami di olivo.

Lo avrebbe chiesto al ninfetto Koe che studiava tute le specie di alberi presenti nel bosco e  che sicuramente aveva sostato al rifugio dell’est.

Quando si distese vide che dal tetto di paglia e legno avevano ritagliato un piccolo oblò, era proprio una piccola finestrella sul cosmo così che poteva guardare la luna e i pianeti più vicini alla luce del sole. Si addormentò guardando le stelle della Vergine. Era esausta.

 Durante quella notte il suo sonno raggiunse un paesino bellissimo e   disabitato dove l’orologio del sole  si era bloccato alle sei senza andare mai più avanti. Era sempre l’ora del  tramonto e piano piano tutti erano  andati via perché non potevano sopportare l’idea che mai più fosse venuta l’alba. Era una perdita troppo grande e decisero di abbandonare il villaggio dalla Fonte Preziosa , il paesino dalle cupole d’argento che i folletti avevano costruito. Essi, infatti, erano gli eredi di materiali molto rari e preziosi  che il villaggio aveva  serbato  nella  famosa fonte dell’oro .

Al di là del prato dalle cinque margherite sorgeva una piccola fonte che  tra le rocce del fondo nascondeva ori e materiali preziosi. Gli argenti furono ritrovati durante l’immersione di maggio.

Un giorno, il mago Goa chiamò tutti gli elfi del villaggio e chiese loro di raccogliere le pietre che giacevano sul fondo della fonte.

Il vecchio mago dal fungo dei saggi disse  che le pietre andavano raccolte al primo tramonto di maggio per favorire la venuta di una estate fresca e rigogliosa che non seccasse i ruscelli e che  lasciasse bagnare tutti per godere del caldo estivo.

 

 I folletti diedero ascolto al vecchio mago.

Per tutto l’anno costruirono lunghi tubi  di bambù per respirare laggiù sul fondo dorato.

Le stagiono passarono in fretta  e i folletti erano pronti per l’ immersione dell’anno.

La notte prima però il vecchio mago non riuscì a vedere la luna , allora prese il suo cannocchiale e salì in cima alla quercia della saggezza dalla quale si potevano scrutare tutti gli orizzonti del mondo Salito in cima al ramo più alto vide che grossi nuvoloni venivano da nord, allora rimase a dormire lì sul ramo e aspettò il giorno dopo interrogando la storia degli avi.

Dalla storia del Lillipuziano  perduto nel tempo capì che  un demone del passato stava per tornare , allora decise di adunare le donne del villaggio per assicurarsi che nessuna   avesse  insegnato ai loro figli l’amore per il denaro.

Il mattino seguente il suo grillo gli ricordò che erano già le cinque e mezza e che doveva sbrigarsi  a chiamare tutte le follette  del paese  e avvertirle della grande nube nera.

Il grillo si occupò di sciogliere  la  fune di canapa e muschio, la risistemò bene in modo che finisse giù alle radici della quercia, mentre  velocemente il mago Gua  scese giù sul fungo della piazza rotonda e con il piffero   e le campane  della notte chiamò a sé tutte le follette.

La  folletta  Rillè  sapeva come tutte le altre che soltanto  le follette che avevano generato figli potevano udire il suono di quelle campanelle ma questo la preoccupò molto e corse fuor casa verso la piazza.

Quando arrivò di corsa al centro della piazza si accorse che era stata l’unica a immettersi con tanta  foga  nella piazza quadrata e che tutte le altre si erano dirette nella piazza rotonda, quella del discorso.

La folletta mamma Rillè invece era corsa nella piazza quadrata dell’allarme, come scossa dal terrore.

 Dal fungo centrale il mago Gua  disse alla donna nella piazza sottostante:

< Cos’hai da temere dolce folletta? Perché sei tanto preoccupata per  tuo figlio?

Non gli hai forse donato e insegnato il meglio della tua anima perché la comunità godesse di un folletto leale e solidale. Gli hai insegnato l’amore per la vita  la lealtà verso se stessi e gli altri?

Allora la mamma folletta si sedette su un fiore  di camomilla  e rispose

< Mio figlio conosce la seduzione dell’oro perché io stessa  gliel’ho insegnata . Molti ori, infatti, possedevo  e custodivo  gelosamente. Li avevo avuto in eredità   dai miei avi secoli fa  che mai  consegnai al museo del villaggio.

< Non  era certo quello il tuo tesoro  folletta e tu lo sai bene.

Eri con noi quando sconfiggemmo il tifone dell’ignoranza, non ricordi come rimanemmo tutti uniti in cerchio cantando intorno al fuoco e agli ori che gli  antenati   lasciarono a  tutta la comunità  dello fonte?

Se quell’oro non fosse anche tuo non saresti una libera folletta ma la schiava di un re vizioso e ignorante.

< Mago Gua >

<Avevi paura di un nuovo tifone?ma sai che la forza di noi folletti è negli altri. E i tuoi ori senza gli altri non hanno alcun potere benefico Perché non ne hai mai parlato con noi tutti?

< Perché sapevo di sbagliare , così nascosi gli ori alle radici dei Tre Alberi del Sud .

<Ora è tardi. Tra poco comincerà l’immersione dei giovani e la nube di stanotte ci dice che il tempo si arresterà e che non vedremo più la luna.

  Il mago Gua fischiò alle gazze ladre della roccia e promise loro un sacchetto d’oro se in cambio esse avessero recuperato l’oro  degli avi Rillè sepolti alle radici  dei Tre alberi del Sud>

Ma le ninfette subito  corsero alla fonte  dove tutti gli altri ascoltavano i musicisti di cetra, violino e flauto che accompagnavano l’operazione dei giovani folletti.

Le follette generatrici  giunsero e la quiete era tanto dolce che pensarono che nulla sarebbe  accaduto.

Dal fondale Brie  la folletta  dai capelli corti e rossi si occupò di  raccogliere tutte le pietre preziose che giacevano sul fondo e le ripose tutte insieme in un sacchetto di lattice  che si era cucita la notte prima a causa dell’agitazione che le pesava sul cuore.

Lei conosceva  bene i fondali della fonte e i  pesci che lì dimoravano dato che era con loro che aveva imparato a nuotare già da piccolissima.

Fu la prima a risalire con le pietre , consegnò il sacchetto ai piccoli  che li avrebbero poi portati all’assemblea dei folletti e al  mago Gua.

Si riimmerse e incontrò il folletto Vio che con occhi incantati guardava delle  lunghe placche d’argento.

Allora la folletto   Brie   disse:< Sono bellissime vero? Grazie a loro il nostro villaggio gode di una luce più calda e luminosa e tutti amano venirci a trovare alle nostre feste di danza perché le più suggestive del bosco.

< E’ vero quello che dici ma non credi che se le portassimo su con noi potrebbero fare del nostro villaggio il più bello della valle e non soltanto del bosco?

<Ma allora perché non ci hanno detto di prenderle? Ma quello che tu hai pensato è bello anche se non potremmo mai essere i più belli della valle perché non esistono gerarchie in questa valle>

Allora Vio prese un po’ d’argento per mostrarlo al paese intero

Mamma Rillè aspettava che riemergesse e quando Vio mostrò l’argento ai bimbi e a tutta l’assemblea si rasserenò e pensò di non esser stato di cattivo esempio per il folletto  e per il suo villaggio.

Anche il mago pensò che il pericolo era stato forse scongiurato e che il villaggio poteva tornare alla vita serena di sempre ,  allo studio  delle stelle e dei poteri della natura.

Successe così che alla prima assemblea della mattina quando tutti si furono riposati dopo i festeggiamenti per le pietre ripescate, i flauti dei folletti  diedero la parola al mago Gua che si congratulò per il ripescaggio compiuto e per la buona volontà e la bravura dei folletti  nuotatori.

<La grande nube nera però è ancora vigile su di noi ed è già la seconda notte che non riesco a scrutare la luna >disse il vecchio mago e si sedette stanco sul  fungo della piazza rotonda.

<Vorrei prendere la parola>disse allora il  Vio il folletto.

<Parla pure e fa che la tua mente sia d’aiuto alle nostre>

Rispose il mago.

< Forse la grande nube può essere scacciata dall’argento che è custodito nella  fonte , se il sole riflettesse sulle placche farebbe tanta luce che sconfiggeremmo il buio delle nubi>

< Grande mago> intervenne  il fabbro , perché mai le pietre possono sprigionare energia positiva e l’argento no?

Allora il mago fattosi serio rispose:

< L’argento degli avi fu riposto nelle acque della fonte  perché sempre donasse alla nostra comunità l’armonia che è necessaria per  le nostre danze e i nostri studi. Se l’argento venisse tolto dalle acque si trasformerebbe in merce preziosa ma non ci donerebbe più la sua luce e lo spirito di noi tutti  ne verrebbe danneggiato.   

La nostra luce è un punto importante sulla carta della bosco per tutti gli altri abitanti , se cambiasse nessuno più ci troverebbe e scompariremmo dalla storia del bosco.

La grande nube ci porta notizie di temporale , le tenebre potrebbero rapirci.

<Chiedo di nuovo la parola grande mago>

E il giovane Vio riprese la parola

Se costruissimo nuovamente i nostri tetti con le placche argentate della  fonte  tutti potrebbero vederci ancora meglio e non avremmo che migliorato le condizioni di tutto il bosco e del nostro villaggio che non temerebbe più il buio delle nubi perché  ci basterebbe un semplice raggio per risplendere di luce nostra>

<Mai! Mai accadrà che un villaggio goda di luce propria dato che quel dono spetta soltanto alle stelle e al Sole.

Tu non sei in armonia col mondo se parli così e auspichi ad un potere che non ti appartiene.

Il potere della luce non è cosa da folletti, né di ninfe né di maghi ma soltanto della polvere del tempo che scorre su di noi ogni volta che il sole attraversa la linea dell’oblio per illuminare gli altri mondi che ci circondano e che noi non conosciamo.

Poi prese la bussola di vetro, la più fragile e la più bella e disse:

<Stamane ho mandato delle gazze a recuperare i nostri ori verso est, andrò per tre giorni e due notti sulla quercia della sapienza e scruterò il cielo.

Al mio ritorno radunerò l’assemblea.

Passarono i tre giorni ma il mago non discese , allora Vio  si arrampicò sulla quercia e vide che il mago era morto.

Corse al villaggio e convinse l’assemblea a recuperare l’argento e rifare i tetti del villaggio.

La folletta Brie però non poteva credere a tutto questo e corse sull’albero dal mago.

Il mago era veramente morto,  le gazze non avevano riportato gli ori quindi il pericolo non era scampato.

Mentre stava per catapultarsi giù con la fune sentì un fortissimo prurito dietro la schiena e tutto intorno alle braccia.

Cominciò a grattarsi , tanto forte che l’intera quercia si muoveva tutta e pure gli uccelli si accorsero di quella folletta un po’ pidocchiosa e la coprirono di escrementi.

Il prurito si arrestò e da un nido di rondine saltò giù il grillo giallo del mago, claudicante su un bastoncino.

<Grillo!! Il mago è morto, sono state forse le pulci ad ammazzarlo?

Il grillo con aria preoccupata e seria gli porse un po’ d’acqua di cocco e disse:

< Lava la tua schiena sporca , va giù alla fonte e specchiati lì troverai la spiegazione a tutto questo, se al tuo ritorno non dovessi riconoscere il villaggio, tu saluta tutti quelli che incontri e dì che vai a cercare l’oro a nord e che le gazze non tornarono.

Se non lo farai io morirò e il sonno del mago sarà eterno.

< Dimmi di più  grillo! >

< E’ vero sei molto giovane e potrebbe essere troppo duro, bene ti dirò che non erano pulci a darti prurito  ma  le tue ali cara,  hai un intelligenza gentile un animo buono, esse  possono spuntare   soltanto su chi può trarre da  loro  l’energia giusta.

Tra un giorno tu sarai ninfa e potrai volare e parlare con ogni animale e non solo con i gatti e i pesci che conoscono il linguaggio della mente. Ora  mangia questo pezzo di ciliegia e corri al villaggio>

La  ninfa divorò il pezzo di ciliegia.

L’ultima volta l’aveva assaggiata al banchetto di nozze di Fia e Vis , era un cibo prelibato che cresceva molto in alto e a causa della sua grandezza era difficile da trasportare.

Capì che  le tenebre sul villaggio richiedevano  uno sforzo duro da sopportare.-Quando ebbe finito di mangiare il grillo  le consegnò la bussola di vetro dicendo:<Questa ti sarà molto utile per il viaggio.>

Si aggrappò alla fune che già sentiva  le ali di ninfa che le spuntavano, pensava che ora aveva le ali da libellula e che qualcuno avrebbe dovuto spiegarle che farne e come usarle perché nessuno le aveva insegnato ancora  volare.

Mentre scendeva giù per  la fune vide con estrema sorpresa  che le ali, che già sapevano volare, mostravano differenze. Una chiara e piccina mentre l’altra più grande e con una macchia rossa.  

Giunse al villaggio e quando arrivò  esso  era cambiato, era  tanto luminoso  che non si distingueva più niente.

Per tutte le stradine tutti giravano con grossi lenti scure per proteggersi da quella luce accecante , ridevano e dicevano che ora erano i più belli del cosmo e che godevano di luce propria proprio  come il Sole , Vio aveva costruito una grossa insegna sulla  fonte   dove c’era scritto che le pietre erano state restituite al fondo e si erano  tenuti l’argento.

 A  bagnarsi nella  fonte c’era  la generatrice  di Vio che diceva alle amiche che in cuor suo aveva sempre saputo di essere di una razza superiore  e  che il figlio ne era la prova. Grazie a Vio ora godevano di una ricchezza immensa. Quando la vide disse  a Brie

< Bella ninfetta,ma cos’ha la tua ala? Ma che importa.

  Benvenuta  nel villaggio di Vio  il folletto che ci ha resi i più ricchi del cosmo e che ci rende pari al sole, benvenuta cara porgimi pure i tuoi saluti che io lo generai >

Il grande mago mi disse di venire qui alla fonte > rispose Brie dai capelli rossi.

<Quale grande mago?>

<Il vecchio mago del villaggio, il suonatore di flauto che conosce i segreti delle stelle e del mondo.>

<Sei bella ma stolta. Qui di maghi non ce ne sono, forse nella nostra storia passata, nel medioevo quando la luce non era ancora con noi , ma adesso che siamo ricchi non abbiamo più bisogno dei segreti di nessuno, ma soltanto di accrescere la nostra ricchezza e difenderla con le armi se ce ne fosse bisogno>

La dolce ninfetta arrossì perché non fu riconosciuta e arrossì anche di rabbia perché non erano  passati che  tre  giorni e due  notti dalla morte del mago che già tutti lo avevano dimenticato. Fece come disse il grillo giallo , la salutò cordialmente e senza fare domande  si incamminò verso il villaggio.

Tutto intorno era rumore e tutti sembravano indaffarati e frettolosi.

 

Quando giunse al paese l’assemblea si era radunata nella piazza quadrata e anche lì vi trovò una nuova insegna:

<Piazza del consiglio >

Quale consiglio e perché lì. Allora chiese ad un passante se quella non era la piazza dell’allarme.

<Forse nel medioevo>le rispose e fece  una breve pausa guardandola dal buio dei suoi occhi nascosti così   la informò sull’identità del villaggio:

< Siamo il villaggio del sole, il consiglio si è costituito perché continuasse la ricerca di nuovi ori intorno alla  fonte   ma anche in tutte le case dei folletti perché nessuno ne nasconda  per sottrarlo alla comunità, così Vio ha istituito le guardie dell’oro, ha reclutato più di mille formiche che ora presidiano il villaggio perché nessuno ci possa rubare il nostro tesoro. Sono anni duri questi e bisogna tenersi al riparo non è mai abbastanza l’oro che si possiede>

Così concluse e chiuse le sue  tasche con ago e filo.

Le ali continuarono a spuntare , una sempre più rossa e grande.

 Brie, nessuno la riconobbe e lei pensò di ritornare alla  fonte  tuffarsi per nuotare come aveva sempre fatto.

Stavolta però le formiche le impedirono di bagnarsi e le dissero di non disubbidire altrimenti sarebbe stata espulsa dal villaggio.

Allora pensò alle parole del grillo e mentre si puliva le nuovi ali da ninfa con delle alghe  sentì una voce che le parlava:< Sei seduta proprio sotto un bellissimo salice , lo conosci? E’ un albero molto forte e sa resistere anche alle tempeste più violente senza perdere mai niente della sua meravigliosa bellezza .Dona eleganza alle acque che di solito lo circondano e conosce il volto del tempo.

<Il salice si lo conosco ma tu chi sei?>

 < Io sono Koe e conosco la storia di tutti gli alberi del bosco, sono un viaggiatore ed un cantore>

.<Tu che sei un cantore e conosci tante storie perché non mi canti la storia del mio villaggio e  che fu  dell’incantesimo della nube nera?>

< Tu sei la ninfa Brie il saggio Mago mi parlò di te il giorno dell’immersione e mi disse che la storia voleva che entrassi nel suo libro perché sei coraggiosa e giusta.    

Il villaggio crede di essere ricco ora che è povero d’animo, stanno dimenticando chi sono e non si sono accorti che le lancette del tempo sono ferme da quando il mago si addormentò sulla quercia.

<Perché non è più risceso e perché ….

< La nube lo avvertiva della scoperta dell’oro proprio come accadde secoli fa  quando il lillipuziano  del villaggio si perse nel tempo perché trovò l’oro e lo tenne solo per sé. Rimase a guardarlo…per sempre e sparì nel nulla. Quando gli ori furono ritrovati furono conservati in modo che tutta la comunità ne potesse godere .E’ una legge della comunità quella di tenere i beni preziosi nell’acqua della fonte

<Perché Goa il mago non ha fermato tutto questo? E cos’ho alla mia ala?

  Ma il grande mago doveva riporre fiducia nell’intelligenza del villaggio senza poter intervenire nelle scelte , egli può soltanto  aiutare nella riflessione ma non fermare le decisioni degli altri . né decidere al posto loro.  Non  esistono  gerarchie e neppure il più saggio che pure detiene i segreti delle stelle  può comandare  nessuno. La tua ala? E’ un tuo segno speciale, trattale bene e prenditene cura.

<Ma il villaggio è cambiato e più nessuno si ricorda di soli pochi giorni fa! Cosa bisogna fare! E la mia ala, mi sembra un problema.>

Cara Brie –cominciò il ninfo- ti porgo la mappa della Buona strada, imbocca il sentiero della coscienza e comincia un viaggio verso Nord, incontrerai ninfe come te e viaggiatori in cerca di laghi immensi e nascosti.

Quando riconoscerai la tua vita allora avrai una storia da raccontare al tuo villaggio e ridargli la sua identità . Prima però riposa nel mio rifugio mentre io sarò sul tetto a studiare le stelle . La tua ala non ha nulla che non va, è così.

Così i due si avviarono verso l’acero della fortuna , il rifugio era stato donato da un picchio chiacchierone che aveva deciso di andare nella valle bruna a molte miglia da lì e regalò il suo nido al giovane Koe che trascorreva le notti sull’albero per guardare le stelle .

Koe ripose del nettare di api e dell’uva secca sul  tavolino e le disse di mangiare.

La ninfa Brie mangiò tutto e se andò a letto.

Al mattino seguente salutò il ninfo e partì verso nord .

Trascorsero tanti mesi fino a quando non trovò la sua storia.

 

 

Sentiva le ali che si sfregavano per il fresco del mattino, l’ala meno arrossata e meno dolente del solito,  quando la ninfa Opi  si svegliò dolcemente.

 Riconobbe l’oblò e si passò le mani su per il viso. Ora poteva ricordare tutto!

 Non aveva riconosciuto il suo paese perché lei stessa era un’altra, ma ora finalmente le cose cominciavano ad avere un senso.

La strada  della coscienza riportava all’inizio di tutto, alle sue origini, le riconsegnava la vita dopo averla lasciata morire.

Con un salto scese giù dal letto, si ricordò degli alberi del Sud e della guerra e della meta da raggiungere .Nella dispensa c’erano mandorle e bacche e uva secca , mangiò e mentre si saziava pensò   di fare un dolce di petali di rosa e alghe per continuare  il suo viaggio.

Aprì la panca accanto al camino  e con grande sorpresa trovò non soltanto il ricettaio ma  anche tanti diari di viaggio, ognuno con un nome…..

Erano decine e decine e tra quelli c’era anche  il nome del suo villaggio, Il regno della fonte preziosa.

Si trattava di un antico viaggiatore  che aveva  esplorato il suo villaggio e ne aveva raccontato  le bellezze, le loro danze, la loro saggezza e la loro ospitalità.

“Ma ora le lancette dell’orologio sono ferme alle sei da circa quattro anni e nonostante lo splendore dell’argento l’infelicità si è impadronita del loro villaggio e più nessuno va loro in visita perché tristi e avari come solo l’oro sa  far diventare.”

 La storia era il  suo sogno e riconobbe la storia del suo paese .Si ricordò del suo nome che aveva dimenticato il giorno della partenza. Corse allo specchio e si chiamò ad alta voce<Brie!il mio nome è Brie, ho conosciuto la mia storia quando persi la memoria e la mia vita ora che torno ad essere nuovamente col nome che mi diede il mio villaggio!>

Il viaggio dello straniero era anche il suo viaggio .

Ricordò allora che dell’oro giaceva alle radici dei tre alberi del sud che le gazze non avevano terminato di riportare a causa del lungo riposo del mago.

Chiamò a sé  le talpe scavatrici e disse loro di andare verso i tre Alberi del Sud a prendere gli ori sepolti alle radici che da loro dipendevano le sorti del famoso villaggio dalla fonte preziosa  , promise loro molti ortaggi e tuberi freschi in segno di riconoscenza.

Andò a raccogliere carote e cipolle e patate e rape rosse , e le tornarono alla memoria le parole di Koe, l’unico del quale non avesse dimenticato il nome.

“Quando riconoscerai la tua storia”le aveva detto le talpe tornarono con l’oro .

 Ringraziò le talpe  che mai avevano assaggiato niente di  più buono e  riprese gli ori.

Cominciò un lungo volo verso casa.

Ci vollero 80 minuti per tornare alla fonte e riporre gli ori della storia sul fondale, ora che non aveva più bisogno del bambù per respirare  raccolse nuovamente tutte le pietre preziose e le portò in cima alla quercia del sapere dove trovò il vecchio mago che dormiva e il grillo che aspettava nella lunga barba del mago.

Ripose le pietre accanto al guanciale del mago e cercò di svegliarlo.

<Mago Gua svegliati ho ritrovato la nostra storia,

 Ma il villaggio ora è deserto e non so a chi devo raccontarla, svegliati mago e aiutaci a salvare le nostre sorti.

< Il grillo balzò accanto all’orecchio del mago e disse , veni i  omni dixit nostrorum>

Il mago allora si svegliò e abbracciò la ninfa,< Dolce Brie, il tuo amore per la giustizia ci rende un popolo saggio e il tuo coraggio un popolo ricco. Ti sono spuntate le ali? E una è tutta fiorita di rose! Che meraviglia!

Ma, ma ecco che la nube ci libera dalle tenebre così che potremmo riconoscere la luce del sole, unica fonte di vita e di gioia.

L’orologio del tempo riprenderà il suo corso e noi torneremo ad essere in armonia con il bosco e il mondo intero.

Allora chiamò a raduno tutte le cicogne che conosceva e nel grembo di ognuna ripose la storia di Brie .

Le cicogne consegnarono la storia in tutti i paesi della valle intera e più lontano ancora.

Chiunque provenisse dalla fonte preziosa si ricordò del proprio villaggio e per tutti furono lacrime, milioni di lacrime.

Dopo centoventi ore tutti tornarono al villaggio , non riconoscevano più le insegne di Vio , Vio stesso tornò nascosto da una maschera per la paura che qualcuno riconoscesse nella sua ambizione la causa di tutto ma non riuscì a  non tornare alla fonte buona.

Tutti si sedettero intorno alla piazza tonda e quando si guardarono negli occhi si sentì l’antico piffero del Mago.

Tutti si alzarono in piedi ,

<Tenetevi per mano folletti>

Poi ripose le pietre preziose al centro della piazza e intonò  un canto riconciliatore come se si potesse vivere in una armonia cosmica  , Koe il cantore sedeva sotto il fungo dei saggi e suonava la cetra e nuove danze iniziarono>

Ecco che la nube si allontana  , riecco che la valle di Kiro ci ha nuovamente con essa, più saggi e ricchi del tempo che fu. Subito dopo però tuonò severo:<

Che Vio si faccia avanti! –

Allora la ninfa Rillè  pregò il mago di punire lei che non era tata una buona madre e un cattivo esempio per tutti, la macchia nera della loro illustre storia e di riconoscere l’innocenza del figlio >

< Ti sbagli, ninfa Rillè- le fu risposto-

Il mago era un vero saggio e sapeva che le punizioni non spettano ai folletti ma solo alla vita e disse:

:< Tuo figlio ci dirà cosa ha imparato e come si libererà dalla sua ambizione malvagia, lui è stato un esempio ma non ha obbligato nessuno a seguirlo e nessuna responsabilità che non riguardi tutto il popolo della fonte ricadrà sul suo nome.

Siamo tutti responsabili, non erano forse tutti con lui il giorno dell’assemblea? E tu sei responsabile quanto tutti noi.

Allora Vio si fece avanti e toltasi la maschera cominciò:<

Grande saggio mi inchino di fronte al popolo tutto, fui accecato dallo splendore degli ori e dimenticai la nostra storia.

Vorrei prendermi l’incarico di riportare le lunghe placche d’argento in fondo alla fonte e lasciare che i nostri tetti ritornino di paglia.

<Anch’io ho da dire qualcosa- accennò Brie che svolazzava a causa della sua  timidezza sulle loro teste.      

Un lungo applauso accolse la dolce Brie, il vecchio mago chiamò  i pettirossi  mentre Koe li organizzava in coro; allora Brie volò sui cappelli a punta blu di tutti i folletti della fonte e cominciò la sua storia e del villaggio tutto.

Quando arrivò al giorno dell’immersine Vio decise di iniziare il suo lavoro per sopportare meglio le pene che l’animo gli arrecava ora, ora che ricordava tutto.

Brie stava donando la bussola di vetro alla ninfa del nord  quando Vio  ammucchiò tutto l’argento accanto al mulino dell’acqua e lì rimase fino alla fine della storia.

Quando il racconto terminò ciascun folleto riportò  gli argenti alla fonte che riprese a far splendere il villaggio della sua luce preziosa .

Il grande mago chiamò Brie a sé e le porse gli ori che le talpe scavatrici avevano recuperato al bivio del sud , tutti pensarono che fosse un segno di ricompensa e di riconoscenza.

Ma Brie sapeva che gli ori erano della fonte buona e che li aveva recuperati solo perché il villaggio tornasse più bello di prima, allora prese gli ori e li gettò ad uno ad uno nella fonte  e ad ogni  granello d’oro la luce diventava sempre più calda e accogliente.

L’orologio che aveva ripreso a camminare  segnava le otto quando    tutti si accinsero a bruciare la legna  sulla riva della fonte buona, prepararono un banchetto di fiori e poi  ciascun folletto offrì il cibo che  aveva portato dai paesi lontani, ciascuno di loro aveva una delizia per la    fonte buona  e tutti poterono mangiare in abbondanza.

La luna tardava a farsi vedere ma la serenità del mago rassicurava tutti.

E la luna alla fine spuntò e il saggio mago sorrise quando i raggi della luna illuminarono il volto di Vio e Brie mentre parlavano delle loro immersioni e della loro antica amicizia.

Solo ora il villaggio era veramente nuovo e più ricco .

Ora finalmente splendeva.

E vissero tutti felici e contenti.

 

 

 

 

Post scriptum

Una volta liberati dagli ori sepolti sotto le loro radici  i tre alberi del Sud. tornarono ad essere in pace tra loro tanto da fondersi in un unico albero .

Sulla mappa del bosco ora compare come l’albero della pace del sud.

 

Morale della favola

La  favola insegna che il danaro è un finto valore anche se luccica tanto. La conoscenza invece è un valore autentico perché non inganna gli animi ma li libera dalla violenza  e dall’ignoranza a cui il danaro li sottomette .

 

 

Emiliana Chiarolanza

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