La terra che ci si mostrava in
lontananza e che scorgemmo dalle punte delle nostre navi era completamente nuda
d’uomini e ci accoglieva nel suo ventre di mare, rigoglioso e vergine. Affondammo
le dita dei piedi nella sabbia che regale ricopriva la costa, in lontananza ci
appariva come un breve velo prima della foresta, sposa verde e gentile degli alti monti che come sentinelle ci spiavano avanzare. Con stupore
notammo che al di sotto della rena non il sole ma probabilmente un altro astro
ci scaldava dal dentro di quella terra sconosciuta, seducente e innocente ospite, e dalla sua bellezza sembravamo non volerci più allontanare. Il primo sorriso
col quale ci accolse fu quello delle sue viti, fini e selvatiche, che crescevano libere ai bordi
della costa appena ci addentrammo su per le sue vie che ancora nessuno
conosceva. Un sapore selvatico era il suo, acre di agrumi e pungente di spine. Luigi 1948
Quando lessi questo scritto mi trovavo sulla porta di casa della signora Matilda,
unica epigrafe, probabilmente, di tutta una vita che non raccontava, che
conservava silenziosa e fragile sotto il tappeto ghirigonzolato e quadrato che
delimitava il centro del suo salotto spoglio e scuro. Mi sono sempre chiesta
come una donna come lei abbia potuto vivere tanti anni da sola e senza luce, ma
sapevo che non sarei giunta a nessuna conclusione se prima non avessi parlato
con lei, che seppure la conoscevo per il buio del suo salotto, sapevo che fino
a quando non mi avrebbe raccontato la sua storia non avrei mai saputo niente di
vero e sarei rimasta alla buia apparenza che mi ostentava senza averle visto
gli occhi. A Napoli succede sempre così, i napoletani sempre mi ingannano
perchè dietro ogni immagine che mi danno ne serbano sempre una più grande e più
vera, e a svelarla è quel loro modo di parlare arioso, sorridente, parlano come si trattasse di uno scherzo ma dicono il vero,
in realtà ingannano prima del vero, come se non volessero negare alla verità la
sua parte di magia. La città dalla quale provengo custodisce nei racconti delle
sue donne il volto della sua storia e il segreto della sua bellezza. Un
pomeriggio mi trovavo nel vicolo dei Giganti, a Napoli, perché lì vive mia nonna e l’intera mia
famiglia, era il mese di aprile e la città apriva le finestre sulla sua stagione migliore. Varcai l’arco che
sopraggiace tra le due metà della strada che esso descrive, rapita com’ero dai colori e dalla gente che salutavo, proseguivo
verso casa come intontita, voltandomi ad ogni passo, varcato l’arco, saltavo
sulla giostra dei ricordi e salutavo tutti dal mio cavallino. Senza stupore
vidi mia nonna, seduta fuori il vicolo che accompagna le case sino alla cima
della strada, e lì, sulla sua sedia di legno,
si intratteneva ricamando il centro di un cuscino che poi mi avrebbe regalato
senza aspettare il giorno del mio matrimonio, dato che prima degli altri aveva
accettato le mie reticenze verso questa convenzione. Mi accolse con gioia e si
diresse verso la cucina, nonché verso l’unica stanza della casa, a prepararmi
il caffé, come di tradizione, dalla porticina arcata della sua cucina vidi la
signora Matilda uscire di casa, con quell’ aria quasi timida ma dignitosa, nonostante
la sua solitudine, che tutti conoscevamo, non aveva l’aria di una vittima ma di una donna fiera ed elegante che si
portava addosso sotto quegli abiti di modesto costo. Quella donna attirava la
mia curiosità, il suo sguardo era lucente e vivo, per tutta la settimana la
vidi seduta all’uscio che ricamava, come tutte le signore della sua generazione,
ma non si trattava di un centrino, nè di una tenda, pensai subito ad un
copriletto ma era troppo scuro, e la tradizione per il letto esige colori
chiari e di buon augurio, non certo quel blu cobalto a mio parere meraviglioso.
Un giorno mi avvicinai a lei con una scusa qualsiasi, presto sarei ripartita
per Torino, mi ero allontanata fin troppo dal mio lavoro e dalla mia vita, ma
Napoli mi trattava sempre così, mi faceva incuriosire, mi invitava a restare,
mi corteggiava spavalda, rendendomi timida e impacciata.
:«Buongiorno signora Matilda » -le dissi.
:« Buongiorno signorina»- mi rispose cordiale.
:«La volete una tazzina di caffé? È quello buono, lo faccio con la
macchinetta antica, se avete pazienza, vi offro un caffé dei tempi miei».-
L’idea non soltanto mi piaceva, mi seduceva, la signora Matilda si
muoveva con eleganza tra quelle mura diroccate, umide, ma con lei dentro
sembrava una reggia, non erano dicerie del vicolo, era proprio così. Mi mostrò
il suo lavoro ad uncinetto con la gioia di una ragazzina, non le chiesi per
cosa le serviva, non mi sembrava più importante, lei mi chiedeva di mio marito,
come spiegarle che il matrimonio mi faceva paura, che avevo bisogno di tempo
per scegliere un compagno giusto col quale costruire una famiglia sana, accennai
comunque a tutto questo, convinta di non trovare nessuna forma di attenzione,
nè di comprensione anche se non andò così, Matilda era intelligente e le
persone sapeva ascoltarle e capirle, anche quelle più diverse da lei.
Con un solo sguardo capii ad un tratto che si stava facendo tardi per
lei, che aveva qualcosa da fare, qualcosa di molto importante, mi alzai dalla
sua sediola celeste, riposi le tazzine nel lavabo, la salutai affettuosamente
come si fa a Napoli, poi sentii un istante di profonda solitudine, sentii che
la signora Matilda non era sola come me, mi percepii minuscola e arida, al
cospetto di lei, amorevole e generosa.
Quando le fui appena di spalle
sentii
:« Vi aspetto domani per il caffé, è una buona abitudine prendere il
caffé in compagnia, è una bevanda scura, pericolosa e da soli fa quasi paura.»
DUE
Mi fermai a Napoli dieci giorni in più del previsto, la mattina andavo al
mercato della Pignasecca, tornavo a casa, facevo da mangiare, scrivevo, ma il
momento più importante della giornata era il caffé da Matilda, sapevo che il
marito era stato professore di lettere, che era un uomo di cultura,sapeva leggere e scrivere,mi diceva la signora
Matilda, mi raccontava di Napoli di pochi più cinquant’anni prima, della vita, della
miseria, cose che a lei fanno paura. Il
marito lei lo aveva conosciuto perchè era il cugino della sua migliore amica,
Ada la procidana, lei era una sarta
finita, le aveva cucito persino il vestito da sposa, qualcosa che non si può dire tanto era bello.
Si conobbero nel ‘45, lui si chiamava Luigi, faceva il professore ed era
repubblicano. La signora Matilda a quei tempi portava i boccoli, era una bella
ragazza ed aveva molti corteggiatori ma
lei non si innamorava mai, Matilda era una
sarta ed era monarchica.
:« Io ero ignorante, non sapevo né
leggere né scrivere, in famiglia mia eravamo sette figli, io ero la terza, ma
la prima delle femmine e non mi hanno fatto studiare, era scritto nel destino
che dovevo conoscere Luigi, doveva andare così.» La signora Matilda da ragazza
accudiva i fratelli e le sorelle nati dopo di lei, faceva da mangiare per tutti,
aiutava la madre, ma non puliva la casa, lei si occupava dei bambini.
Dopo la guerra, con il lavoro di sarta non si guadagnava soprattutto se
non sapevi leggere e scrivere,-« Io nemmeno la firma mia sapevo fare.»-
La signora Matilda si iscrisse alle scuole serali, nonostante i contrasti
col padre, il pomeriggio andava da Ada a
cucire, e lì un giorno trovò Luigi che insegnava l’italiano ai bambini del
quartiere, era vestito di scuro, ma si vedeva che non aveva tanti soldi, lo
avevano trasferito da Bologna a Napoli e ancora non aveva nè casa nè moglie.
La mattina lo vedeva uscire dal
portone di Ada con le scarpe lucide e la brillantina, si accendeva una sigaretta
e con una mano infilata nei pantaloni
scendeva giù per il vicolo, lo vedeva passare sotto la sua finestra, e se i loro
sguardi si incrociavano, lui si toglieva il cappello e la salutava, rispettoso
ed elegante.
:«-Eravamo poveri, è vero, ma la vita era bella, non avevamo grandi cose
ma nemmeno le volevamo, vivevamo di poco e ci aiutavamo gli uni con gli altri.
Quando si è poveri l’amore è veramente amore, è fatto di oro.» -
Accadde che un pomeriggio Matilda non trovasse Luigi al solito tavolino
con i ragazzi ma non ebbe il coraggio di chiedere niente ad Ada, il petto le si
gonfiò come una vela al vento, le mani le tremavano e non riuscì a cucire per
tutto il pomeriggio, pensò che Luigi avesse trovato la fidanzata, era un bel
ragazzo, di cultura, gentile, e vico Giganti era pieno di ragazze da maritare.
I pensieri, vorticosi, le presero a girare tutto intorno, tanto che la
povera Matilda decise di andare via prima, con la scusa dei compiti da fare per
la scuola. Pensava gli occhi verdi di Luigi che brillavano sul petto di qualche
ragazza, lo vedeva camminare sotto le lenzuola ad asciugare di Napoli, seduto alla destra di una ragazza
alta e elegante, non come lei, piccola, ignorate, goffa, come..., come aveva
potuto solo pensare di poter....non sapeva neanche quel che aveva immaginato,
ma erano sogni stupidi, la realtà si sa è sempre un’altra cosa. Salutò Ada e si
riversò giù per le scale, ansiosa, palpitante, affannosa, dolorante. Matilda
era innamorata ed era la prima volta.
Ada, che la conosceva bene, si affacciò dalla balconata, che dà tuttora
sulla strada e le gridò:
:«- Matì, prima di andare alla scuola passa di qua, chiediamo se Luigi ti
può aiutare con le lezioni, sono studi difficili, ci vuole qualcuno che ti
aiuta, se non passi l’esame chi lo sente a tuo padre».-
TRE
Matilda e Luigi si sposarono nel maggio del 1947, lei aveva preso la
terza elementare, lui la aiutava nei suoi studi e aveva trovato un impiego in
un ufficio a S. Giorgio a Cremano, la mattina si svegliava molto presto, ma,
non voleva che Matilda si svegliasse
prima di lui, a svegliarla doveva essere lui, col caffé fumante.
Il primo figlio nacque a giugno, nel ‘49, avevano preso la casa della
nonna di Matilda che era morta e aveva lasciato scritto nel testamento che la
casa di Vico Gigante n. 2 era di Matilda Lugghiera, che aveva allevato tutti i
fratelli, che studiava e lavorava.
Io, guardavo e riguardavo la casa, e pensavo tra me e me, che certo erano altri tempi, ma la casa mi sembrava così
buia, così inospitale per due sposi...ogni volta che pensavo a questo la
signora Matilda, non so come faceva, mi guardava teneramente, come per
suggerirmi qualcosa, qualcosa che io non
riuscivo a comprendere.
La cucina mi sembrava l’unica stanza, anche perchè se ricordavo bene la
stanza da letto era una stanzina minuscola dove c’era soltanto il letto, dato
che l’armadio era dietro il tavolo della cucina, era da lì che prendeva tutti i suoi ricami e
le sue stuoine.
Un pomeriggio la portai con me a comprare un vassoio per mia madre, che
si lamentava di non poter portare il caffé per più di quattro persone.
Andai a prenderla, ero con Marta, una mia amica del liceo, percorremmo
Spaccanapoli, c’era un bel negozio di arredamento da cucina alle spalle di P.zza Carità. Mi stupiva che la signora
Matilda non prestasse attenzione a nessun negozio in particolare, come se non
avesse bisogno di niente, probabilmente erano i miei pregiudizi, oppure si trattava
una presunzione nascosta che mi aveva fatto immaginare Matilda col naso sulle
vetrine, a comperare lana e cotone bianco da ricamare, invece come al solito mi
stupì. Non curò nessuno dei negozi suddetti, passava indifferente sotto le
vetrine allestite, noi al contrario ci fermavamo ad ogni angolo, mi sentivo
ammalata di fronte alla sua forza, ad una integrità che non mi apparteneva
nonostante un rigore che mi sforzavo di dare ma che si infrangeva, si
scioglieva come ghiaccio al sole, e il sole era Matilda. Sulla strada del
ritorno, dopo aver preso una cioccolata calda a P.za Bellini, Matilda la prese
senza panna ma prese i biscottini con l’amarena
in cima, l’unico negozio al quale degnò la sua attenzione fu un
rilegatore di libri, nonché miniaturista, in via S. Domenico, entrò con
l’occhio vivace, non come i nostri, già spenti dopo il veloce bagliore dello
shopping, ma qualcosa di più intenso e profondo, qualcosa di ingenuo e
infantile e allo stesso tempo saggio, come di chi affronta la vita da molti
anni. Matilda entrò, sfogliò con lo sguardo i ripiani che si ergevano di fronte
la sua figura minuta simili alle montagne abruzzesi, si fece portare la scala e
poi comprò, decisa e disinvolta una
copia in miniatura della Divina Commedia. Marta ed io ci scorgemmo incredule ma
contente.
Quattro
Dopo tre giorni sarei partita, a malincuore, come sempre, avrei lasciato
le strade vocianti del ventre di Napoli, il ventre dell’Italia, sarei ripartita
con la solita borsa di più, con Marta ci saremmo salutate la sera, saremmo
andate a cena e poi al cinema.
L’aria, fiorente d’estate, si annidava calda intorno agli usci aperti di
Napoli, entrai nella sala da pranzo di mia madre, ero sicura che nella mia casa
c’era in qualche vecchia foto il volto di Luigi, il marito di Matilda.
Luigi era morto nel ’53, era stato investito dopo una riunione sindacale
da una automobile, aveva battuto la testa ed era morto. Matilda, che era
arrivata alla terza media con agli aiuti
del marito, aveva allevato i due figli da sola e aveva continuato a lavorare,
ma con un lavoro dignitoso, aveva avuto un impiego come bidella in una scuola, grazie ai suoi studi, poteva
aiutare i figli con i compiti e così il pomeriggio, mentre i figli studiavano,
lei continuava a ricamare e a cucire come Ada le aveva insegnato.
: «Un giorno mi bussarono alla porta, io ero incinta del mio secondo
figlio, ero a casa a preparare la cena, la gente del quartiere mi disse che Luigi
non c’era più, che era morto. Eh, che vi devo dire, sentii un dolore al petto
così forte che mi fece fermare il cuore, il cuore non ce l’avevo più, poi non
mi ricordo più niente ma la gente del vico dice che non mi riconoscevano più,
che non ero più io. La vita,... fa pure così, non c’entra Dio con tutto questo,
la vita fa il suo corso, ma io Dio ce l’ho dentro, lui non mi ha mai
abbandonato.»
Matilda mi aveva parlato così, tra una chiacchiera e l’altra, mi prese
alla sprovvista, mi scombussolò tutta, cominciai a piangere senza riuscire a
controllarmi, sentivo tutto il suo sconforto nonostante la compostezza delle
parole, capivo il suo rigore, amavo quegli occhi pieni di vita.
Lei mi sorrise, un pò sorpresa, forse non aveva pensato alla mia
reazione, ma cosa avrei dovuto dire? Che mi dispiaceva forse? O che potevo
capire? Non ero in grado di capire ma soltanto di soffrire per lei.
Continuavo a cercare il volto di Luigi tra le foto di casa in preda ad
un’ansia inspiegabile, volevo vedere il suo volto, volevo vedere Matilda prima
che la vita le sparasse al cuore, volevo vedere i suoi occhi senza l’ombra. Non
riuscii a trovare niente all’infuori di tutti i matrimoni della mia famiglia,
delle nascite, dei battesimi, e sentii di non meritare tanta felicità, avrei
preferito che Matilda fosse invecchiata con Luigi, che la teneva per mano per
Vico Giganti e le portava il caffè la mattina.
Mi sentivo triste. Non mi curai il trucco nè i capelli, feci una doccia e
uscii per la cena.
ULTIMA SCENA
Mi trovavo in una baia, una piccola
baia e guardavo le barche attraccare, io ero seduta sul molo e fumavo una
sigaretta.
Attesi il tramonto e poi la luna in
una calma che nella vita non avevo mai conosciuto, osservavo la luna levarsi
sopra il corpo del mare, alzarsi e dare luce alle sue increspature, al suo
spazio senza bordi, nè confini. Spensi la sigaretta in un vecchio posacenere da
strada, quelli che ora non si vedono più in giro, appoggiai i due piedi al
suolo, uno accanto all’altro, pronti per
andare via quando il fischio di una nave mi fece voltare alla mia sinistra, una
immensa nave da crociera annunciava al molo il suo arrivo, illuminata a festa,
grondante di voci con le mani dei piccoli che uscivano appena dai parabordi a
salutare la terra, il porto, e con il porto me. Attesi la passerella piegarsi
sul molo, immobilizzata da tanta
grandezza, mi avvicinai incuriosita, e appoggiata alle transenne che mi
separavano dalla bocca della nave, vidi Matilda, si trattava di Matilda che
camminava a braccetto con suo marito, raggiante, vestita di verde con una
borsetta beige, e i sandali anche chiari al piede, cominciai a chiamarla, le
persone mi passavano davanti e per un attimo pensai che era meglio andare via, lasciarla passeggiare col marito, ora che si
erano ricongiunti, che cosa le stavo chiedendo, in realtà? Perchè non andavo
via, cosa volevo sapere ancora? Diedi le spalle al transatlantico d’oro quando
una mano mi si poggiò sulla spalla, la mano amorevole e lieve, mi voltai e sorrisi a Matilda.
Mi svegliai affannata, guardai l’orologio, erano le sei del mattino,
l’alba cominciava fresca sulle terrazze di Napoli, indossai lo scialle di filo rosso
di mia madre che cadeva morbido lungo tutto il corpo e finiva leggero sulle
ginocchia. Attraversai il lungo corridoio scuro e arrivai dritta alla porta
della cucina, misi il caffé sul fornello e mi appoggiai alla finestra, tra il
celeste del gas e l’azzurro della notte che diveniva giorno. Presi carta e
penna e presi a scrivere il mio sogno, la nave,
La signora di sopra mi disse che non l’aveva vista uscire, pensai al peggio, avevo fatto un sogno premonitore
ed ora lei si ricongiungeva al marito, l’ansia mi fece battere i pugni sulla
porta, quando ad un tratto la porta si aprì, Matilda non capì cosa stesse
accadendo,
-«Mi stai chiamando, che è successo?»
La abbracciai, -«Matilda»-le dissi-«oggi parto, le ho portato un pò di
crostata che ho preparato stamattina»-
«Come sei bella, entra a Matilda.»
Durante il mio breve delirio non mi accorsi di aver omesso il signora e
di averla chiamata per nome, dichiarandole infine il mio amore, e lei ricambiò.
Entrata, feci per sedermi intorno al tavolo nella cucina buia quando lei
splendente mi fece cenno di seguirla, io non capivo e la interrogavo con lo
sguardo, e lei:« Vieni, vieni».- sorridendo.
Avvicinò la mano al petto e prese una chiave che teneva ciondolante tra i
seni come un crocifisso, poi immerse la chiave nella serratura nascosta dalla
sua ombra e dopo due mandate si apriva
davanti ai nostri occhi uno spazio vasto, luminoso, la luce entrò con violenza
e ci invase i volti opachi. Il tempo di schiarirmi la vista che capii di essere
nell’anima di Matilda, mi aveva aperto il suo scrigno e io trasognante
cominciai a ridere. Mi trovavo nella Biblioteca di Matilda, dopo il buio della
sua cucina, Matilda serbava una immensa veranda lucente, piena di scaffali
rigonfi di libri, libri di tutto il mondo, i libri di Luigi, i suoi , quelli
dei suoi figli, i libri che aveva cominciato a leggere durante la lunga
vedovanza, allora vidi il telo blu ricamato sul tavolo tondo di legno, ed un
altro azzurro per la poltrona sottostante ed uno rosso per il poggiapiedi, e
poi piante e fiori, perfino un acquario all’angolo tra la fine della parete e
l’inizio del vetro. Rimasi al centro della stanza dal soffitto infinito per
tanto tempo, prendemmo il caffè lì stavolta e mangiammo la mia crostata. Sulla
tavola la foto di Luigi e Matilda che studiavano insieme.
«Mi scriveva molte lettere Luigi, anche se stavamo nello stesso vico, la
più bella era una specie di racconto dove lui partiva su una nave e scopriva
una terra nuova da alfabetizzare ,
come diceva lui, lui ci teneva a queste cose, ha scritto pure dei libri, io li
ho letti tutti, li conosco a memoria come il rosario.» Non ebbi il tempo di
chiederle nulla che mi rispose:« Sì, quella che sta all’ingresso di là, è sua!
Ti ho vista che la leggevi la prima volta che sei entrata, tu sei una donna di
cultura certe cose le capisci.»
Scoppiai a piangere e lei con me, come felici.
Emiliana Chiarolanza









