Arrivo al porto di
Genova alle nove di sera, alle dieci ho la nave, ho il tempo, quindi, di
guardarmi attorno.
Reduce di un agro viaggio, un libro sulla pancia e tanto
contemplare mi hanno appisolato i neuroni e spalancato lo stomaco.
Il mio di nuovo ex ragazzo mi manda un sereno viaggio via
cellulare, la sua vicinanza acquieta l’ansia del distacco, mi posiziono la
vertebra sinistra e scendo dal treno e poi dall’autobus, mentre mi incammino
sento che ancora cigola, ma proseguo.
Il molo, accattivante e sensuale, laborioso e instancabile
cabarettista di massa, mi strappa quel cappotto da straniera che mi sono
abituata a portare, e mi tiene accanto a sé, brilliamo insieme sotto l’espanso
luccichio di un’appena sorta notte di febbraio.
Genova-Barcellona solo andata.
Qualche spicciolo al bar, toast e caffè lungo e amaro e mi
siedo al tavolino.
Il vocio si dimena egocentrico da un tir a un passante, tra i
capitani e gli autostoppisti, imperante sulle mandibole di tutti ed anche io lo
accolgo sulle mie.
E per un po’ sono una barista impettita in doppiopetto che
pattina veloce nel traffico, tenace equilibrista di cappuccini e caffè, succhi
e spremute.
Un appunto sul mio libro un po’ sonnolento, un’occhiata ai
titoli del giorno mentre una ragazza chiede informazioni per il molo, mi offro
volontaria, è la mia stessa nave.
Spaesata e un po’ intontita mi sembra Veronica, alle prime
battute neanche troppo simpatica, la invito a sedersi con me, la sua aria
saccente crea distanze, ma io sono a casa, sono al Porto ed è quanto basta per
infischiarmene.
Belle Arti di Carrara, una buona dose di classismo
intellettuale, non è la mia compagna di viaggio, strizzo l’occhio al cameriere
siciliano che mi lascia gratuito il servizio, zainetto semivuoto e mi incammino
con questa rompicoglioni verso la nave….
Un pianoforte caricato su un furgoncino mi attraversa lo
sguardo e la strada, accompagnato dal suo qualunque pianista che con le mani
incredibilmente talentuose e spasmodiche gli fanno vibrare i tasti, immersa e
lontana dai rumori della strada, finalmente salgo in nave.
Veronica mi accompagna con la sua assenza in su e in giù per
la nave, cerchiamo i nostri posti e gironzoliamo qua e là come annusando questo
giaciglio in prestito.
Ci accasciamo in un androne, lasciamo cadere i nostri bagagli
e schiena al muro commentiamo una rivista, ci è prossima una combriccola di
Milano, un po’ freakkettoni un po’ no, a vicenda attacchiamo bottone, ci
presentiamo, ci ridiamo, ci beviamo.
21 ore di nave, 12 persone, 2 kg di capelli che si spargono
per i sacco a pelo, 600 kg di braccia, gambe, mani e piedi che si spandono
sulla moquette, centinaia di parole per l’aria e 24 pupille che si sorridono.
Il fischio della nave e si parte.
Dall’oblò seguo con lo sguardo la banchina immobile mentre
noi ci addentriamo nella notte.
Quando gli sbadigli avanzano sulle parole e quasi tutti si
accostano ai cuscini mi omologo a questa tappa obbligata del sonno, ma non
trovo la posizione magica, il sonno non mi prende, e i panini mi hanno messo in
moto.
Veronica presto oblia la sua veglia, e alle ostentate buone
maniere il suo naso e le sue labbra si ribellano spernacchiando di tanto in
tanto.
Afferro la mia giacca per uscire a fumare e fuori sul
pavimento incontro le gambe di Cristian, concentrato a tracciare sulla sua tela
i tratti di questa imbarcazione, credo sia africano, non so di dove o magari
è romano, ma in fin dei conti…
Ammetto che mi abbia colpito, questo pittore, occhialuto,
occhi incantati che baciano il mondo.
Ci siamo già presentati, mi invita a rimanere, silenziosa, accantono
la sigaretta e la voglia di fumare e sorseggio con lui un rum e un po’ di coca
cola, il mare, né arrogante né sfrontato sottace.
Non so quanto tempo passa ma le ore fluiscono senza
dispotismo e la conversazione ammorbidita dai silenzi, non sigilla imbarazzi.
Ma come ogni incontro che si rispetti c’è un imprevisto.
Il mio imprevisto si chiama Arturo, un simpatico e loquace
giovane architetto che prende posto e parola insieme noi due.
Mi accendo una sigaretta mentre gli uccelli notturni, tra un
tuffo e l’altro se la ridono alle mie spalle.
Dunque, Arturo, futuro architetto italiano di formazione
classica già certo al 25esimo esame universitario di prendere un aereo per
l’estero dopo la laurea, inizia un discorso in verità poco illuminante su un possibile
piano di parcheggi a più livelli.
E tra un progetto e l’altro di connessioni ipotetiche,
ascensori e vetrate, sotterranei e piani rialzati, impianti di areazione e vari,
Arturo aggiunge comicissimi aneddoti di vita personale che Cristian sembra ben
conoscere, anticipandone con le risa paradossi e coincidenze.
Dopo aver dedicato un ampio quarto d’ora del mio
funzionamento cerebrale all’innocente ipotesi di affiancare la mia testa sulla
spalla di Cristian, questi termina il disegno e si allontana.
Sulla mia testa i soliti uccelli notturni ridono a crepapelle
e mi lanciano noccioline, Arturo mi onora il petto con una medaglia al merito e
mille voci umiliano la mia audacia seduttiva.
Poi una mano mi tende un cappuccino caldo, è quasi alba e
Cristian è gentile, ci siamo dedicati molte ore e non siamo stanchi.
Arturo prepara un giaciglio, mentre noi, al di qua del sonno
di tutti, continuiamo verso questo nostro conoscerci, una vela al vento che non
sbadiglia durante la premura dell’albeggiare.
Emiliana Chiarolanza