martedì 10 luglio 2018

Filastrocca dello straniero




Filastrocca dello straniero
Benvenuto dal mondo intero.
Filastrocca del  viaggio in mare
perché non si soffra più la fame,
e se dalla guerra stai scappando
sulla riva ti sto aspettando.
Filastrocca d’arcobaleno
ti accogliamo a cor sereno
e se una lacrima ti scappa giù
ce ne andiamo a Caribù.
Filastrocca devi dormire!
dice il pesce così gentile,
"ma che parlano anche i pesci?"
Dico allora in mezzo ai versi.
"Certo certo"
risponde allora
e  domiamo fino all'aurora


Emiliana Chiarolanza


Le ore chiare_Luoghi Foto


domenica 8 luglio 2018

D'amore e altre etnie.




Arrivo al porto di Genova alle nove di sera, alle dieci ho la nave, ho il tempo, quindi, di guardarmi attorno. 
Reduce di un agro viaggio, un libro sulla pancia e tanto contemplare mi hanno appisolato i neuroni e spalancato lo stomaco. 
Il mio di nuovo ex ragazzo mi manda un sereno viaggio via cellulare, la sua vicinanza acquieta l’ansia del distacco, mi posiziono la vertebra sinistra e scendo dal treno e poi dall’autobus, mentre mi incammino sento che ancora cigola, ma proseguo. 

Il molo, accattivante e sensuale, laborioso e instancabile cabarettista di massa, mi strappa quel cappotto da straniera che mi sono abituata a portare, e mi tiene accanto a sé, brilliamo insieme sotto l’espanso luccichio di un’appena sorta notte di febbraio. 

Genova-Barcellona solo andata. 
Qualche spicciolo al bar, toast e caffè lungo e amaro e mi siedo al tavolino. 

Il vocio si dimena egocentrico da un tir a un passante, tra i capitani e gli autostoppisti, imperante sulle mandibole di tutti ed anche io lo accolgo sulle mie. 
E per un po’ sono una barista impettita in doppiopetto che pattina veloce nel traffico, tenace equilibrista di cappuccini e caffè, succhi e spremute. 

Un appunto sul mio libro un po’ sonnolento, un’occhiata ai titoli del giorno mentre una ragazza chiede informazioni per il molo, mi offro volontaria, è la mia stessa nave. 

Spaesata e un po’ intontita mi sembra Veronica, alle prime battute neanche troppo simpatica, la invito a sedersi con me, la sua aria saccente crea distanze, ma io sono a casa, sono al Porto ed è quanto basta per infischiarmene. 

Belle Arti di Carrara, una buona dose di classismo intellettuale, non è la mia compagna di viaggio, strizzo l’occhio al cameriere siciliano che mi lascia gratuito il servizio, zainetto semivuoto e mi incammino con questa rompicoglioni verso la nave…. 

Un pianoforte caricato su un furgoncino mi attraversa lo sguardo e la strada, accompagnato dal suo qualunque pianista che con le mani incredibilmente talentuose e spasmodiche gli fanno vibrare i tasti, immersa e lontana dai rumori della strada, finalmente salgo in nave. 

Veronica mi accompagna con la sua assenza in su e in giù per la nave, cerchiamo i nostri posti e gironzoliamo qua e là come annusando questo giaciglio in prestito. 

Ci accasciamo in un androne, lasciamo cadere i nostri bagagli e schiena al muro commentiamo una rivista, ci è prossima una combriccola di Milano, un po’ freakkettoni un po’ no, a vicenda attacchiamo bottone, ci presentiamo, ci ridiamo, ci beviamo. 
21 ore di nave, 12 persone, 2 kg di capelli che si spargono per i sacco a pelo, 600 kg di braccia, gambe, mani e piedi che si spandono sulla moquette, centinaia di parole per l’aria e 24 pupille che si sorridono. 
Il fischio della nave e si parte. 
Dall’oblò seguo con lo sguardo la banchina immobile mentre noi ci addentriamo nella notte. 

Quando gli sbadigli avanzano sulle parole e quasi tutti si accostano ai cuscini mi omologo a questa tappa obbligata del sonno, ma non trovo la posizione magica, il sonno non mi prende, e i panini mi hanno messo in moto. 
Veronica presto oblia la sua veglia, e alle ostentate buone maniere il suo naso e le sue labbra si ribellano spernacchiando di tanto in tanto. 

Afferro la mia giacca per uscire a fumare e fuori sul pavimento incontro le gambe di Cristian, concentrato a tracciare sulla sua tela i tratti di questa imbarcazione, credo sia africano,  non so di dove o magari è romano, ma in fin dei conti…

Ammetto che mi abbia colpito, questo pittore, occhialuto, occhi incantati che baciano il mondo. 
Ci siamo già presentati, mi invita a rimanere, silenziosa, accantono la sigaretta e la voglia di fumare e sorseggio con lui un rum e un po’ di coca cola, il mare, né arrogante né sfrontato sottace.
Non so quanto tempo passa ma le ore fluiscono senza dispotismo e la conversazione ammorbidita dai silenzi, non sigilla imbarazzi. 

Ma come ogni incontro che si rispetti c’è un imprevisto. 
Il mio imprevisto si chiama Arturo, un simpatico e loquace giovane architetto che prende posto e parola insieme noi due. 
Mi accendo una sigaretta mentre gli uccelli notturni, tra un tuffo e l’altro se la ridono alle mie spalle. 

Dunque, Arturo, futuro architetto italiano di formazione classica già certo al 25esimo esame universitario di prendere un aereo per l’estero dopo la laurea, inizia un discorso in verità poco illuminante su un possibile piano di parcheggi a più livelli. 
E tra un progetto e l’altro di connessioni ipotetiche, ascensori e vetrate, sotterranei e piani rialzati, impianti di areazione e vari, Arturo aggiunge comicissimi aneddoti di vita personale che Cristian sembra ben conoscere, anticipandone con le risa paradossi e coincidenze. 

Dopo aver dedicato un ampio quarto d’ora del mio funzionamento cerebrale all’innocente ipotesi di affiancare la mia testa sulla spalla di Cristian, questi termina il disegno e si allontana. 
Sulla mia testa i soliti uccelli notturni ridono a crepapelle e mi lanciano noccioline, Arturo mi onora il petto con una medaglia al merito e mille voci umiliano la mia audacia seduttiva. 
Poi una mano mi tende un cappuccino caldo, è quasi alba e Cristian è gentile, ci siamo dedicati molte ore e non siamo stanchi. 
Arturo prepara un giaciglio, mentre noi, al di qua del sonno di tutti, continuiamo verso questo nostro conoscerci, una vela al vento che non sbadiglia durante la premura dell’albeggiare. 

Emiliana Chiarolanza 


Le ore chiare. Foto



e. c.

martedì 3 luglio 2018

Appunti, Orchidee uno spettacolo di Pippo Delbono






Pippo Delbono inscena con Orchidee uno stato dell’essere che biologicamente tende alla morte, come direbbe Vattimo. Frammenta però questo statuto, scardinandolo, segmentandolo, disapprovandolo  attraverso un discorso amoroso come tensione necessaria dell’uomo, del divenire come accento dell’è. In una dimensione ulteriore, propria della comunicazione teatrale, rimanda a quello stato della morte che fu il nazifascismo come alterazione dell’umano, deturpato, ammalato. Morire come uccidere allora come diffamazione grottesca dell’essere e l’identificazione collettiva della dignità dell’uomo come forza senza fatica, come coamministratori di un  grande tesoro, l’umanità che compare come superficie del mondo. La maschera della psiche collettiva, incipit della rappresentazione, e un rapporto con l’altro di fronte alla morte che si rimpicciolisce a tratti seguendo un angoscioso percorso.  E ancora si tiene insieme il volo dell’amore, precipitoso, pericoloso, incerto che dappertutto è dubbioso ma mai scontento che fa proprio un diritto di amare per essere, fuori dalla morte e non come fine estrema ma come viaggio ulteriore, la scoperta di una zona d’ombra sotto la cui inclinazione problematica Delbono danza come sovrabbondanza di cognizioni che varcano il segreto, il timore e lo dissacrano. Una sorta di somiglianza con Dio come grottesco in pari tempo troppo piccoli e troppo grandi che ben palesa però il legittimo diritto ad amare e a morire come sovrumani, come cioè, partecipazione mistica, fantasticheria amorosa, come coppia d’amanti che passa sognando  tenendosi abbracciati.


Emiliana Chiarolanza

Adunata!




Adunata!
 Tra il primo e l’ultimo giorno,
continua un allarme su un assedio,
e mi avvio al cantiere
ma da dove incomincio?
Mi ripulisco da questa città,
con i capelli ricresciuti
e in questi preparativi
mentre mezzo nascosto dietro un albero
mi pari denutrito e un po’ burino
senza scarpe ai piedi,
mi metto a tremare.
La nebbia di un porto
Sulle cose bianche
È la città della peste.
Non corro più infatuata sul corridoio
Questo microfono
Stammi a sentire
Non canta più.
Raccolta nella mano della piazza
È il colore sui kilometri sotto la stella della fanciulla.
Mi disperdo
E sulla strada di Socrate fermenta il miele,
La sua morte ti annoia.


Emiliana Chiarolanza

 photo  Julia Fullerton-Batten

Il sale della terra... recensione





È possibile narrare la storia attraverso le immagini? Il Sale della Terra, di Wim Wenders, è la storia biografica di Sebastaiao Salgado, fotografo brasiliano che si è impegnato con passione nella ricostruzione di avvenimenti storici attraverso lo strumento fotografico. Film storico e cronachistico, sembra che il suo scopo principale sia rendere ed  estendere l’etimologia di “storia” in una sorta di traduzione in linguaggio per immagini. La testimonianza diretta e la denuncia non come riduzione minima personale ma qualcosa che riguarda l’ingerenza del circuito comunicativo. Un processo e un discorso che annullano la posizione dello spettatore che contempla un messaggio, in quanto il fotografo attraverso la sua denuncia-racconto fotografico partecipa agli eventi in un confronto dialettico con un’enorme varietà di codici comunicativi, instaurando  una relazione di rimando alla camera e al pubblico, come estensione massima dell’iconosfera. Premettendo un’esplorazione massima, la funzione del direttamente vissuto è la prassi, per spiegare la pratica della fotografia, archiviare e testimoniare in uno sforzo oggettivante del concreto e la condanna all’astrazione, alla riflessione sul fatto. La ricerca della frontalità, dunque, e la dignità dell’immagine, un “attenti” che costituisce il limite e un’intuizione inconscia verso lo spettatore che interiorizza l’immagine obbedendo al principio di frontalità in una posizione critica delle ridescrizione emotiva,  ciò che vede gli “fa orrore”. Non c’è quasi niente di bello in ciò che fotografa Salgado, la critica interna alle posizioni di passività politiche, e la creazione di una sorta di  Bildung della povertà e della guerra attraverso una schiera di comunità indigene che combattono la miseria e la fatica. Non una curiosità sociale, ma un interesse politico sul rifiuto dell’organizzazione verticistica, che crea periferie. Così come i lavoratori delle industrie petrolifere e la loro resistenza alle pressioni esterne per lo sforzo produttivo.  La guerra nelle società come  rifiuto e annichilimento del “dono” libero e gratuito della vita, l’interruzione  della trasmissione del diritto e la distruzione dello Stato-Provvidenza per cui tutto è residuo. Il diritto alla testimonianza allora come profondo valore culturale e di dignità per chi vuole essere guardato e fotografato in un atto di resistenza che si oppone alla morte sotto forma di un’opera d’arte e di  lotta degli uomini.



Emiliana Chiarolanza

lunedì 2 luglio 2018

Recensione di Il sacrificio del cervo sacro









Cit. «La cosa più importante nella vita è avere buoni amici».

Sinossi.
Il chirurgo Steven-Colin Farrell conduce una vita tranquilla scandita dagli orari dell’ospedale e i doveri familiari. Vive in una prestigiosa casa con la moglie-Nicole Kidman.
Martin- Barry Keoghan, giovane adolescente, è il figlio di un paziente deceduto in sala operatoria. Steven quel giorno aveva bevuto.  Steven e Martin costruiscono un’amicizia ma i disturbi psichici del ragazzo decreteranno i risvolti drammatici di questa conoscenza.



Il greco Yorgos Lanthimos  dopo The Lobster ricrea un ambiente asettico ed estraniante all’interno del quale si muovono i personaggi.
Chiari i richiami a un certo cinema di Kubrick, Lanthimos però si perde alla ricerca di un sostanziale irrazionale che però non riesce a spiegare.
In un intrecciarsi di psicologie, aspettative, amori e malattie Steven e Martin si concedono l’uno all’altro in un sovraccarico di tensione che esploderà nella violenza finale del loro confronto.
L’irrazionale come copia deformante della realtà sembra delinearsi come chiave di lettura di un film asfissiante e ansiogeno in un dialogo a più voci dove ciascuno perde se stesso per un’idea da realizzare.
I figli di Martin, divenuti paraplegici ad opera di Martin, vivono ciò che rimane loro in uno stato di agonia che induce poi il padre a torturare il sedicenne Martin.

Un film duro ma non significativo. Paragonato a una tragedia greca, il film però manca della rappresentazione collettiva, anzi è un film chiuso tra quelle mura che in sostanza non si rivolge a nessuna collettività. È piuttosto un film cattivo, sulla cattiva coscienza come scriverebbe Vladimir Jankélévitch  come rimorso di Steven, mai esplicito, l’incapacità di Martin di sopravvivere al padre. Visivamente accattivante e ben interpretato il film rimane in una sospensione drammatica che mira non alla comunicazione ma alla stesura di un teorema manchevole di una soluzione. Quasi una visione magica, in questo senso irrazionale, della realtà in cui la storia dei personaggi è travolta da un nefasto incantesimo.


Emiliana Chiarolanza



Un eco sul blu

                                                            La terra che ci si mostrava in lontananza e che scorgemmo dalle punte delle ...