Joker
siamo noi, quando colpiamo contro il muro di gomma di un’istituzione, della
società, che non cede alle sue barbarie.
Perché
Arthur Fleck diventa Joker?
Nessuno
nasce cattivo ci dice Todd Phillips nel suo lungometraggio, Joker si diventa se
qualcosa di troppo va storto.
Arthur
Fleck (Joaquin Phoenix) è un clown di giorno con aspirazioni da cabarettista,
solo con la madre che accudisce nel declino della sua vita, è in cura presso le
istituzioni sanitarie pubbliche, si ritrova a scegliere tra una serie di
possibili sconfitte identitarie e una sola vittoria, distorta, disturbata,
malata, patologica: l’essere folle.
La
ricerca identitaria su cui fissa il regista, Phillips, alcune tracce
fondamentali, l’abbandono genitoriale, la malattia mentale, la dimensione persa
della cura dell’altro, sembra essere il filo conduttore di un film potente che urla
contro l’abbandono societario dalla scena del diritto.
La
TV, mezzo di eccezionale risuono nella solitudine del nucleo familiare di
Arthur, è la deformazione per eccellenza, laddove tutto filtra e tutto amplia.
Far
ridere e ridere con qualcuno, ma Arthur non riesce a strutturare la sua passione
e non costruisce, seppur abbozzando rapporti, nessun legame tra sé e il mondo
in un disastroso ripiegamento esistenziale che sfocia nella follia della guerra
contro ignoti, contro una società che ha fallito col suo talento e la sua
identità.
La
maschera da clown allora diventa il baluardo di una libertà d’essere fuori da
una società che non lo riconosce se non come strambo, storto, fuori e fuori da
essa comincia a muoversi Arthur ma per distruggerla.
Il
piano narrativo si sposta e, dall’interno della sua persona, ci ritroviamo
piazzati in Tv proprio lì da Murray Franklin (Robert De Niro) la trasmissione
per eccellenza, la più seguita, l’indice di un gradimento globale.
Lo
spettatore allora è coinvolto nella doppiezza, palesata, del film, il dentro e
il fuori, l’intimo vissuto e uno show televisivo, e in questa negazione totale
ci muoviamo in una scelta delirante fino a toccare la megalomania di chi
riconosce solo sé stesso come realtà vera.
Irrimediabilmente
Arthur è Joker, e così noi, dispersi tra le sue risate.
Emiliana
Chiarolanza

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