giovedì 11 maggio 2023

Film Sol dell’avvenire: recensione

 


Se la Storia la fa anche chi la racconta, allora, il Sol dell’Avvenire di Nanni Moretti sembra la testimonianza corale dell’identità ideologica d’appartenenza.

La trama è una trama intrecciata che si svolge su due piani temporali diversi: da un lato c’è il regista Giovanni (Nanni Moretti) alle prese con il suo ultimo film, il cui protagonista è Ennio, segretario della sezione del PCI e giornalista de L’Unità, nell’Italia del 1956.

Non c’è posto per il decadimento nella narrazione morettiana, che trova nei suoi personaggi comunisti la risposta al vuoto ideologico della situazione attuale.

Mai film individualistico ma sempre collettivo, Nanni Moretti instaura un dialogo riflessivo con i perché della storia, che cancella, dimentica e che allo stesso tempo ricorre puntuale.

E se il cast di Giovanni non conosce la storia del PCI c’è però, la volontà di tornare a una identità collettiva più consapevole capace di reinterpretare il presente e perché no, di raccontarsi alle nuove generazioni.

La musica, grande protagonista del film, è il racconto emozionale e i ricordi di una generazione, forse tradita.

Il 1956 è l’anno della rivolta ungherese all’URSS, l’anno dell’abbattimento della statua di Stalin, l’anno dell’intervento armato a Budapest e dei carri armati sulla popolazione ungherese.

Ecco allora, che mentre Giovanni si scopre un regista depresso e manchevole dello slancio vitale dell’amore, così come i suoi attori sottolineano, e vive la separazione dalla moglie e compagna di vita (Margherita Buy) interviene la magia del circo a cambiare l’esito del film e della sua vita.

E se Tarantino insegna che il cinema è sogno e che la narrazione cinematografica può farsi eco e amplificatore di un desiderio collettivo, allora Moretti aderisce appieno a questa scuola.

Perché?

Buona visione

Emiliana Chiarolanza

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