Lars Von Trier
con “La casa di Jack” (interpretato da Matt Dillon) costruisce una monadologia indifendibile che lui stesso, con un’operazione di retactatio conclusiva, termina la narrazione.
Jack, un serial killer dalle non comprovate doti
progettistiche di architetto, instaura un rapporto di un egocentrismo
asfissiante tra sé e il mondo,
laddove esiste da solo in una molteplicità di prove di convivenze possibili tra
il suo delirio di onnipotenza e gli “incidenti”
– come lui stesso li definisce- ovvero incontri dal macabro finale.
Cinque lunghi “incidenti”, cinque lunghi supplizi di vittime
inconsapevoli in un fiume impercorribile di ricordi d’infanzia e un presente,
decadente e inconcludente, in cui divampa la sua sete di potere- delirio assassinio.
Non c’è posto, nel film, per una riflessione sul Male, e
sembra paradossale, ma piuttosto ciò che viene evidenziato come concetto-valore
di Bene.
Il Bene di Lars Von Trier non risiede negli occhi straziati
delle vittime, piuttosto in una sorta di pensiero collettivo, laddove ritorna l’immagine,
rubata all’ infanzia di Jack, di un gruppo di agricoltori che insieme lavorano i campi e che respirano all’ unisono.
Un’immagine di una seducente bellezza che si contrappone all’ inverosimile
e dilaniante assassinio ripetuto di Jack
contro l’equilibrio degli altri, la loro ricerca personale, il loro bisogno.
Quando raggiungiamo insieme l’inferno dantesco guidati da
Virgilio, (Bruno Ganz) allora il classicismo prende spazio e, il tempo della Nemesi, così come ci narra lo stesso
Virgilio, sconfigge la Hybris,
riprendendo i concetti greci della tracotanza(hybris) e della giustizia divina
(Nemesis).
In questa altisonante classicità Lars Von Trier de-costruisce
allora la sua casa dell’arte, la casa di Jack, un ammasso disordinato e caotico
che mal tiene fede al suo ideale di solitudine
e silenzio tradendo, quindi, infine anche se stesso.
Inutile rimarcare lo slancio misogino del regista e le sue
divagazioni in realtà spesso scontate ma vale la pena sprofondarci e guardare lo
splendore di quei Campi Elisi che così ben si incorniciano con forza contro una fin
troppo scontata solitudine per la visione distorta di Jack, di libertà.
Emiliana Chiarolanza

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