venerdì 20 settembre 2019

Il “cinema collettivo” di Quentin Tarantino, "C'era una volta a ...Hollywood"



Il cinema di Tarantino si afferma, con “C’era una volta a ... Hollywood”, come una narrazione di una storia collettiva, o meglio, come i sogni di un "inconscio collettivo" che realizzano nella coralità di un film denso di protagonisti e storie nella Storia.
Una riflessione sulla settima arte e una sua poetica …. tutta cinematografica. 

Il film di Tarantino, dalla struttura sostanziale simile all’ “Ave Cesare” dei Coen, ci narra cosa c’è sotto un riflettore, le vite e gli uomini dopo e con i personaggi del set.
L’attore Rick Dalton (Di Caprio) e la sua controfigura Cliff Booth (Pitt) fotografati nella fase di un declino professionale, sono alla ricerca di nuovi ruoli da proporre al grande pubblico del cinema.

Il cinema che racconta il cinema di Tarantino è una comunità di figure: la sarta, l’addetto al reclutamento del personale, gli attori famosi e meno, gli attori in erba, che presenziano la scena del film e i set del SET. Un gioco di matrioska seducente e divertente nella rappresentazione di cult e meno cult della storia di quegli anni.
Siamo nel 1969, siamo negli Usa, a Los Angeles.
La costruzione dello spazio urbano è molto interessante da un punto di vista teorico, lo spazio della città, di una città che rappresenta più di ogni altra una contemporaneità perenne, la sempre moderna Los Angeles, è l’immagine – movimento per dirla alla Deleuze, in cui possiamo porre una qualche riflessione su quel posticcio-patinato hollywoodiano che permea la narrazione tarantiniana di  “C’era una volta a ...  Hollywood” non senza un forte umorismo.

Il consumo di massa e gli incassi dell’industria potentissima cinematografica americana, funziona no nell'immaginario perché determinano il corso delle società e delle civiltà. 

Allora la storia di Sharon Tate è la storia mondializzata dell’omicidio di Bel Air quando, al 10050 di Cielo Drive, fu uccisa dalla setta di Manson.

Le personificazioni attoriali dei personaggi reali, storici, si imbrigliano di elementi “sociali” più che politici, la setta hippy o la stessa Sharon Tate come anche gli "irreali" Rick e Cliff sono avulsi da ogni storicità politica ma solo espressione di “fenomeni sociali”, così possiamo definire il movimento hippy di Tarantino, laddove ciascuno di loro è separato e autosufficiente e cerca una “realizzazione” nella società, per permettersi una casa a Hollywood e una certa dose di privilegi economico-professionali o esistenziali per gli hippies.

È indubbia una spinta pionieristica, propria del cinema di Tarantino, verso un metacinema liberatorio e catartico laddove il "sogno collettivo" crea una sua realtà, un proprio testamento ideale contro gli orrori della Storia.

Per citare Rossana Rossanda nella bella intervista di “Il film del secolo” di Ciotta-Silvestri edito da Bompiani, “capitale versus creatività dell’immagine”.
Buona visione.

Emiliana Chiarolanza


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