Ho paura delle case vecchie.
Quell’umidiccio tutto intorno e le
stanze che riecheggiano di largo del tempo.
Sulle cose razionali si dipanano
storie e discorsi, sulle storie sul tempo la cronaca nera.
Non ho mai scritto di cronaca
nera.
È un processo di fascinazione o
un divertimento scientifico?
La domanda non è una domanda letteraria piuttosto un’opera da considerare come prova di personaggi che in quanto decrepiti, senza più palpitii di sorta e risate da diluire nelle bolle dell’aria, non sono se non sulle bocche di chi gli è sopravvissuto.
È un particolare momento storico,
ci diciamo, mentre un foglio svolazza e qualche favilla fugge lontano dalla riva
arroventata dalla legna in fiamme.
Questo spettacolo vagabondo si
ripete sulle rive di forse tutto il mondo, e quel pensiero che l’unicità del
DNA che pure ci appartiene, è in cerca perenne della cura altrui, mi fa
chiudere gli occhi all’insaputa del pretaccio che mi vuole in sagrestia e mi
apro a correre lontano dalla croce, dalla sua crudeltà, in cerca di un bruco
che sboccia come espressione di un creato del quale partecipo in qualche modo.
Mi sento felice lontano dalla
miseria.
E la croce è quella miseria insondabile
tutta umana a cui non voglio presenziare.
La destinazione si ripete per
ogni uomo, come una lacerazione, a nostra insaputa si aprono strade e
strettoie, viali e boulevard e non c’è via di scampo al camminare e percorrere,
perdersi e non.
La crisi dell’esperienza non c’entra
con la religione, se non in forma di aurora quasi lirica che inesorabile
termina.
Una sorta di naturismo mistico
imbevuto di scuola di Mileto mi prende allo stomaco e me lo aggroviglia contro
le dittature dei valori altrui, solo con quello straccio di fede che sa di una
voglia di redenzione e di pioggia.
L’ambulanza o la pattuglia della
polizia di notte ci incollano al muro, la fama delle città si decora di rumori
e sirene, di luci e schiamazzi, di manganelli e cinture contenitive.
Quella croce che uccide e i
templi sepolti dal tempo.
Si vuole quel che già si ha, in
qualche forma e in qualche meraviglia abitandoci dentro.
I più credenti sono gli artisti,
un popolo senza immagine e senza identità.
È un luogo della natura la fede,
esiste e si dà come mistero e come ozio.
Così dominati e colonizzati dalla
cultura la tenerezza e la pietà non assicurano la specie.
Incontro lo zenith della luce, in
qualche santuario, in qualche testo antico, sulle bancarelle delle strade di
Napoli, in qualche film di Jodorowsky e Pasolini, così permeati di atti e volontà.
Una domanda ne tira un’altra sulle
cause perse, gli oppressi e gli afflitti non si crogiolano nel vuoto valoriale
e lo riempiono di lotta e fiducia.
Che cos’altro di più conforme alla
fede?

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