Camminavano lungo i bordi della riviera che abbraccia la città di Napoli giusto alle spalle, quasi proteggendola con libri e libretti di poesia e di opera lirica.
Mio nonno era uno di questi …
potremmo definirli dandy, dei dandy partenopei che negli anni ’50 attraversavano
la città post guerra.
Chi li ha incontrati sa distinguere
il tratto romantico di quelle giacche di lino che cadevano sui pantaloni portati
con disinvoltura sopra il mocassino e che scaltro prorompeva sulla strada della
città.
A che serve la poesia, ha scritto
qualcuno.
A rimorchiare ti avrebbero
risposto i dandy, e a vivere meglio aggiungiamo noi sotto il tuono degli anni trascorsi
e che si imprimono sul lembo della costa napoletana.
Come faccio a sapere queste cose?
Stavamo andando al cinema, mio nonno
ed io, mi ricordo il film si chiamava Radio Days avrò avuto 12 anni, un’età
difficile da spiegare quando la femminilità non è sbocciata e l’infanzia è già trascorsa.
A 12 anni lo sguardo degli altri si
fa di piombo hai un corpo acerbo e una mente infantile, ma comunque senza
dilungarci, sulla strada percorsa il nonno incontrò un vecchio amico, una sorta
di aristocratico milanese con un fare provocatorio, almeno dall’aspetto che
sciolse nell’incontro.
Il caffè ci fece tardare l’ingresso
al cinema, ma il signor qui presente mi incuriosì a tal punto da smettere di
pensare al film e fissare lo sguardo sui suoi gemelli luccicanti.
Parlarono di opera lirica e teatro,
ma anche di fabbrica e lavoro.
La città d’elezione non c’era, una
terra d’utopia li stringeva, una visione di progresso prodigioso raccontavano, non
senza la ferita degli anni.
Come un grande sogno fatto di
carta, la loro intelligenza scartava caramelle e fumava, intervallati da
ricordi, più o meno lontani di una giovinezza indefinibile e bella.
La guerra aveva segnato il
battito dei loro primi passi, erano sfuggiti alle deportazioni naziste, all’occupazione
del ’43, alla fame.
Fedeli a sé stessi e ai loro progetti
fin troppo grandiosi arrivò a suggellare questa esplosione di spirito una
indimenticabile vincita al gioco.
Lì i due espansero la bocca al
sorriso e si lanciarono a muovere fili di altri ricordi, esperienze e chissà
quanto ancora rimasto taciuto per la presenza di una bambina.
Ci commiatammo, il film attendeva
e io scalpitavo.
Dopo il film, rientrata a casa
però, chiesi a mia madre qualche vecchia foto di Napoli e del nonno, suo padre.
La pioggia iniziò a battere sul
vetro della finestrella in corridoio, e fui assalita da un’improvvisa
tristezza, e dissi: “Questo tempo mi rende triste.
Mia nonna mi bacchettò: “Non
essere superficiale. Il tempo non ha potere su di te”, era vero, solo che
quelle foto in bianco e nero e quei volti fiduciosi verso il futuro mi resero
un’immagine riflessa, come se fossi anche io lì così, col naso al futuro senza
certezze.
Certo non avevo che 12 anni ma il
potere evocativo delle immagini del passato si incollavano sugli occhi
rendendomi la serata più difficile.
Anche mio nonno era stato
ragazzo, inesperto, impaurito e impavido, non ci avevo pensato mai.
La disponibilità culturale pre -
adolescenza per fortuna limitò il tutto, la pizza dal forno richiedeva una
certa attenzione e anche lo stomaco faceva la sua parte.
Il film, comunque, ci piacque molto
con la promessa che sarebbe partito per gli USA un giorno, perché era stato, a
detta di mio nonno, un paese di grandi speranze non tradite, e che meritava di
essere conosciuto.
La terra dell’abbondanza aveva
chiuso i battenti per oggi.
La fuga alla terrazza fu breve,
il tempo di veder arrivare la vicina rientrare che esausta mi addormentai,
sicura che quella Napoli azzurra dei dandy non mi avrebbe tradita.
Emiliana Chiarolanza
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