lunedì 8 luglio 2024

Napoli boulevard a Radio Days

 


Camminavano lungo i bordi della riviera che abbraccia la città di Napoli giusto alle spalle, quasi proteggendola con libri e libretti di poesia e di opera lirica.

Mio nonno era uno di questi … potremmo definirli dandy, dei dandy partenopei che negli anni ’50 attraversavano la città post guerra.

Chi li ha incontrati sa distinguere il tratto romantico di quelle giacche di lino che cadevano sui pantaloni portati con disinvoltura sopra il mocassino e che scaltro prorompeva sulla strada della città.

A che serve la poesia, ha scritto qualcuno.

A rimorchiare ti avrebbero risposto i dandy, e a vivere meglio aggiungiamo noi sotto il tuono degli anni trascorsi e che si imprimono sul lembo della costa napoletana.

Come faccio a sapere queste cose?

Stavamo andando al cinema, mio nonno ed io, mi ricordo il film si chiamava Radio Days avrò avuto 12 anni, un’età difficile da spiegare quando la femminilità non è sbocciata e l’infanzia è già trascorsa.

A 12 anni lo sguardo degli altri si fa di piombo hai un corpo acerbo e una mente infantile, ma comunque senza dilungarci, sulla strada percorsa il nonno incontrò un vecchio amico, una sorta di aristocratico milanese con un fare provocatorio, almeno dall’aspetto che sciolse nell’incontro.

Il caffè ci fece tardare l’ingresso al cinema, ma il signor qui presente mi incuriosì a tal punto da smettere di pensare al film e fissare lo sguardo sui suoi gemelli luccicanti.

Parlarono di opera lirica e teatro, ma anche di fabbrica e lavoro.

La città d’elezione non c’era, una terra d’utopia li stringeva, una visione di progresso prodigioso raccontavano, non senza la ferita degli anni.

Come un grande sogno fatto di carta, la loro intelligenza scartava caramelle e fumava, intervallati da ricordi, più o meno lontani di una giovinezza indefinibile e bella.

La guerra aveva segnato il battito dei loro primi passi, erano sfuggiti alle deportazioni naziste, all’occupazione del ’43, alla fame.

Fedeli a sé stessi e ai loro progetti fin troppo grandiosi arrivò a suggellare questa esplosione di spirito una indimenticabile vincita al gioco.

Lì i due espansero la bocca al sorriso e si lanciarono a muovere fili di altri ricordi, esperienze e chissà quanto ancora rimasto taciuto per la presenza di una bambina.

Ci commiatammo, il film attendeva e io scalpitavo.

Dopo il film, rientrata a casa però, chiesi a mia madre qualche vecchia foto di Napoli e del nonno, suo padre.

La pioggia iniziò a battere sul vetro della finestrella in corridoio, e fui assalita da un’improvvisa tristezza, e dissi: “Questo tempo mi rende triste.

Mia nonna mi bacchettò: “Non essere superficiale. Il tempo non ha potere su di te”, era vero, solo che quelle foto in bianco e nero e quei volti fiduciosi verso il futuro mi resero un’immagine riflessa, come se fossi anche io lì così, col naso al futuro senza certezze.

Certo non avevo che 12 anni ma il potere evocativo delle immagini del passato si incollavano sugli occhi rendendomi la serata più difficile.

Anche mio nonno era stato ragazzo, inesperto, impaurito e impavido, non ci avevo pensato mai.

La disponibilità culturale pre - adolescenza per fortuna limitò il tutto, la pizza dal forno richiedeva una certa attenzione e anche lo stomaco faceva la sua parte.

Il film, comunque, ci piacque molto con la promessa che sarebbe partito per gli USA un giorno, perché era stato, a detta di mio nonno, un paese di grandi speranze non tradite, e che meritava di essere conosciuto.

La terra dell’abbondanza aveva chiuso i battenti per oggi.

La fuga alla terrazza fu breve, il tempo di veder arrivare la vicina rientrare che esausta mi addormentai, sicura che quella Napoli azzurra dei dandy non mi avrebbe tradita.


Emiliana Chiarolanza

 

 

 

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