Sulla strada per il parco
comunale incontro Cecilia, senza troppi indugi decide si accodarsi alla
giornata di svago oltre gli scogli, sulla spiaggetta di luna dopo il faro.
Insomma per citare Virginia una
bella gita al faro inaspettata e inattesa.
La barca che ci porta al faro imbarca
un po' d’acqua e come un’antica tarantella seicentesca traballa al fragoroso
muoversi delle onde.
Il lettore annoiato vorrà sapere
oltre le descrizioni cosa ci siamo dette.
Ceci è una scultrice di successo e si dedica
alla materia come un chimico alle fragranze, come un viticoltore al suo vino,
come te alle tue parole che scegli con cura per non ferire, per non arrabbiare
e per non intimorire.
Io mi adombro alla vista di Franco
e mentre Cecilia si accorge del mio distrarmi, lancio un saluto svogliato, perché non ho
voglia, non ho tempo, non ho testa per i
convenevoli d’occasione soprattutto d’estate.
Un vecchio rito quello del saluto
che ricorda che ci sei in qualche modo anche per gli altri, in qualche forma
sei per qualcuno.
Chi è Franco.
Cecilia lo sa, mi ricorda il
campeggio in Croazia e la fasciatura alla spalla di Franco, non è un parente né
un ex, tuttavia la sua amicizia aveva accompagnato parte insistente della mia
persona tanto da renderlo un vacuo quanto fantasmagorico confidente.
Franco mente, a sé stesso e a me,
per furbizia, per paura, per quella caratteristica distruzione degli
insoddisfatti che riciclano sulle orme delle vite degli altri, pensieri e
parole.
La delusione del tempo è
impeccabile e chiara, con eleganza Cecilia si avvicina alla riva, siamo amiche
grazie a lui d’altronde e la soglia del destino è sempre valicata da ipotesi
irreali.
A questo punto mi immergo nell’acqua
salina, le alghe fluttuano tra un pesce e l’altro vorticose e verdi si staccano
dagli scogli e dalle pietre e riemergono.
Da piccola avevo paura delle
alghe, non sapevo cosa potessero nascondere.
Solo dopo aver ascoltato la fiaba
di Andersen sulla sirenetta cominciarono a indebolire quella loro parvenza di
oscura tenebra per essere invece custodi e tesoriere chissà di quali mondi
lontanissimi e sommersi.
Sul passare delle ore non ho
niente da dire, la luce del sole sorride e batte sulle ginocchia curve sulla
sabbia, al cospetto di un cielo a tratti annuvolato ma potente di blu.
Mi accendo una sigaretta contro
il parere della mia amica, e mi allontano scalza sulla riva facendo balbettare
i piedi sul rovente della sabbia alta, non penso a niente se non a cosa fare
domani, perché devo disfare un progetto domani, e riempire lo zaino per una
rinnovata partenza.
Quella casa nel Mediterraneo verde
smeraldo che ho visto in foto?
Si Ceci, dico da lontano, alla
fine vado lì domani.
Il tempo ci svuota di presente,
penso all’improvviso alla vista di un granchio che fuoriesce dallo scoglio, perché
il tempo si protrae o si rinchiude nel passato.
Risalire la riva di ricordo in
ricordo è un errore che devo recidere.
Le domeniche sono noiose si
accollano ai piedi scalzi e ti appiccicano alla terra, e devi sopravvivere
supina al macigno del riposo condiviso e affollato, che ingombra le strade e i
bar.
È finita l’acqua e anche Franco
va via.
Mi dirigo alla barchetta riprendo
gli occhiali e li pulisco dalla salsedine.
Il rientro non è scritto ma c’è
stato.

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