lunedì 2 luglio 2018

Recensione di Il sacrificio del cervo sacro









Cit. «La cosa più importante nella vita è avere buoni amici».

Sinossi.
Il chirurgo Steven-Colin Farrell conduce una vita tranquilla scandita dagli orari dell’ospedale e i doveri familiari. Vive in una prestigiosa casa con la moglie-Nicole Kidman.
Martin- Barry Keoghan, giovane adolescente, è il figlio di un paziente deceduto in sala operatoria. Steven quel giorno aveva bevuto.  Steven e Martin costruiscono un’amicizia ma i disturbi psichici del ragazzo decreteranno i risvolti drammatici di questa conoscenza.



Il greco Yorgos Lanthimos  dopo The Lobster ricrea un ambiente asettico ed estraniante all’interno del quale si muovono i personaggi.
Chiari i richiami a un certo cinema di Kubrick, Lanthimos però si perde alla ricerca di un sostanziale irrazionale che però non riesce a spiegare.
In un intrecciarsi di psicologie, aspettative, amori e malattie Steven e Martin si concedono l’uno all’altro in un sovraccarico di tensione che esploderà nella violenza finale del loro confronto.
L’irrazionale come copia deformante della realtà sembra delinearsi come chiave di lettura di un film asfissiante e ansiogeno in un dialogo a più voci dove ciascuno perde se stesso per un’idea da realizzare.
I figli di Martin, divenuti paraplegici ad opera di Martin, vivono ciò che rimane loro in uno stato di agonia che induce poi il padre a torturare il sedicenne Martin.

Un film duro ma non significativo. Paragonato a una tragedia greca, il film però manca della rappresentazione collettiva, anzi è un film chiuso tra quelle mura che in sostanza non si rivolge a nessuna collettività. È piuttosto un film cattivo, sulla cattiva coscienza come scriverebbe Vladimir Jankélévitch  come rimorso di Steven, mai esplicito, l’incapacità di Martin di sopravvivere al padre. Visivamente accattivante e ben interpretato il film rimane in una sospensione drammatica che mira non alla comunicazione ma alla stesura di un teorema manchevole di una soluzione. Quasi una visione magica, in questo senso irrazionale, della realtà in cui la storia dei personaggi è travolta da un nefasto incantesimo.


Emiliana Chiarolanza



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