Pippo Delbono inscena con Orchidee uno stato
dell’essere che biologicamente tende alla morte, come direbbe Vattimo.
Frammenta però questo statuto, scardinandolo, segmentandolo, disapprovandolo attraverso un discorso amoroso come tensione
necessaria dell’uomo, del divenire come accento dell’è. In una dimensione
ulteriore, propria della comunicazione teatrale, rimanda a quello stato della
morte che fu il nazifascismo come alterazione dell’umano, deturpato, ammalato.
Morire come uccidere allora come diffamazione grottesca dell’essere e
l’identificazione collettiva della dignità dell’uomo come forza senza fatica,
come coamministratori di un grande
tesoro, l’umanità che compare come superficie del mondo. La maschera della
psiche collettiva, incipit della rappresentazione, e un rapporto con l’altro di
fronte alla morte che si rimpicciolisce a tratti seguendo un angoscioso percorso.
E ancora si tiene insieme il volo
dell’amore, precipitoso, pericoloso, incerto che dappertutto è dubbioso ma mai
scontento che fa proprio un diritto di amare per essere, fuori dalla morte e
non come fine estrema ma come viaggio ulteriore, la scoperta di una zona
d’ombra sotto la cui inclinazione problematica Delbono danza come
sovrabbondanza di cognizioni che varcano il segreto, il timore e lo dissacrano.
Una sorta di somiglianza con Dio come grottesco in pari tempo troppo piccoli e
troppo grandi che ben palesa però il legittimo diritto ad amare e a morire come
sovrumani, come cioè, partecipazione mistica, fantasticheria amorosa, come
coppia d’amanti che passa sognando
tenendosi abbracciati.
Emiliana Chiarolanza

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