martedì 3 luglio 2018

Appunti, Orchidee uno spettacolo di Pippo Delbono






Pippo Delbono inscena con Orchidee uno stato dell’essere che biologicamente tende alla morte, come direbbe Vattimo. Frammenta però questo statuto, scardinandolo, segmentandolo, disapprovandolo  attraverso un discorso amoroso come tensione necessaria dell’uomo, del divenire come accento dell’è. In una dimensione ulteriore, propria della comunicazione teatrale, rimanda a quello stato della morte che fu il nazifascismo come alterazione dell’umano, deturpato, ammalato. Morire come uccidere allora come diffamazione grottesca dell’essere e l’identificazione collettiva della dignità dell’uomo come forza senza fatica, come coamministratori di un  grande tesoro, l’umanità che compare come superficie del mondo. La maschera della psiche collettiva, incipit della rappresentazione, e un rapporto con l’altro di fronte alla morte che si rimpicciolisce a tratti seguendo un angoscioso percorso.  E ancora si tiene insieme il volo dell’amore, precipitoso, pericoloso, incerto che dappertutto è dubbioso ma mai scontento che fa proprio un diritto di amare per essere, fuori dalla morte e non come fine estrema ma come viaggio ulteriore, la scoperta di una zona d’ombra sotto la cui inclinazione problematica Delbono danza come sovrabbondanza di cognizioni che varcano il segreto, il timore e lo dissacrano. Una sorta di somiglianza con Dio come grottesco in pari tempo troppo piccoli e troppo grandi che ben palesa però il legittimo diritto ad amare e a morire come sovrumani, come cioè, partecipazione mistica, fantasticheria amorosa, come coppia d’amanti che passa sognando  tenendosi abbracciati.


Emiliana Chiarolanza

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