Un
pappagallo romanista
di EC
Siedo sotto un ramo cadente di
cicale, quando mi chiamano dall’altoparlante…
Lavoro come stiratrice in
fabbrica, la paga mi basta per l’affitto e qualche sigaretta, smonto distrutta
alle 18.00 scartando inviti su inviti: i soldi ci sono pure ma l’entusiasmo si
è dileguato.
Detto questo, arrivo in ufficio,
il camice è pulito, lo lavo tutte le sere, la bocca pulita, parlo poco a lavoro
e stiro.
“Quante sigarette fumi al
giorno?” mi chiede il titolare del personale
“Ma guarda almeno un pacchetto”
“Smetti ora”
Arrossisco, il vizio del fumo è
anche un disagio, un difetto ostentato, dichiarato, un bisogno nascosto che non
vuole essere compreso.
Non rispondo nulla e torno
all’asse.
Un collega, il più gentile del
reparto modellismo si avvicina e mi avverte che al momento dopo la requisitoria
dei telefoni la fabbrica vieta di fumare.
La produzione certo… si rallenta.
La tosse mi avvampa gli occhi e
si inumidisce il viso.
La gogna è una malattia del
titolare, come se non avesse nulla da nascondere lui, con quel fare lindo ti
dice le peggiori carognate per 800 euro al mese e chissà oltre quel cancello,
se lo varcassi magari…
Ma non ho il coraggio di tentare
il vuoto.
Potrei ripulire le scale dei
palazzi, mi dico, lì se fumo … in fondo a chi interessa.
Sono il bersaglio, sono la muta,
sono l’ultima spiego a quel pezzetto ribelle che non posso manifestare.
In fabbrica il sindacato non c’è
e trovare le parole da sola… è difficile.
La terza media… dico è troppo
poco per cambiare vita.
Scattano le 18.00 e tolgo il
camice da lavoro, quando ancora mi viene chiesto di ripulire il reparto prima
di andare via… senza aumento ma con qualche bonus una tantum.
Non ho autorità.
Il vapore del ferro da stiro
diventa una nube in cui mi piace chiudere gli occhi e aspirare e respirare, un
nulla che dimostra la sua densità, un niente che riempie le ore, tra un capo e
l’altro, una canzone sussurrata alla radio, un morto dimenticato caduto da una
impalcatura.
Siamo in Italia, dico, siamo a
Napoli… mi ricattano, mi stringe il fianco la morsa della disoccupazione che
non posso permettermi, instancabile lavorio delle ossa che scricchiolano.
Alle 19.00 varco la soglia e
accendo la mia sigaretta, il suolo è più fresco, l’aria intorno cade dai
palazzi circostanti, le nuvole scorrono in fila senza forma, la loro astratta
geometria mi scende sulle lenti da vista.
Perché c’è l’oculista da pagare,
le medicine da prendere, il ticket obbligatorio e l’auto.
Quell’ansia nemica mi aggroviglia
il respiro e no, non sono le sigarette, oggi ne ho fumate 5 allora cos’è.
E se mi sposassi?
Se trovassi uno che mi lascia in
pace a casa ad addomesticare pappagalli?
La via di fuga non c’è.
Troppo stanca per uscire, troppo subdola
per riuscire.
Allora vado al bar, prendo un
caffè… un ragazzo legge scaltro il giornale, lo noto, sei un giornalista?
Chiedo.
No, la mia ragazza si, leggo un
suo articolo.
Fermo l’orologio, denuncio la mia
stanchezza al giovane in prima pagina e mi ritrovo
inoltrata nella folla di ex
fumatori al centro antifumo.
Vorrei smettere di fumare
E il medico: questo non è
possibile
La sua simpatia mi avvolge le
labbra e sorrido.
Il caso della fabbrica va avanti,
ho conosciuto la fidanzata del tipetto al bar, una piccola fiammella di
speranza, una giovane e briosa in cerca di mezze verità.
Ci sediamo a bere una birra tutti
e tre, racconto aneddoti, arriva un sindacalista che mi chiude la bocca e va
via.
Ora tocca a lui.
Il prossimo lavoro?
Al centro antifumo mi diverto a
ricamare fiori sulla tendina, poi la regalo al medico, per adesso fumo 10
sigarette al giorno, poco male, mi è venuta la curiosità di fare la fioraia.
Il sindacalista mi avvia al
centro per l’impiego, esistono corsi gratuiti per imparare a fare la fiorista,
perché no?
Sulla volta della mia modesta
abitazione ho disegnato un pappagallo, è rosso e giallo come la Roma, mi ha
detto una mia amica, la squadra dici? In verità non seguo il calcio ma è un bel
gioco, d’altronde mi chiamo Romana, viva, tutta.

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