Non era molto chiaro quando smise di piovere ed apparve il sole. L’unica cosa che sapevo è che la memoria impiegò un certo tempo per rimarginarsi, più di quello che impiegò la luce a farsi strada tra le nuvole sospese sull’azzurro poco dopo le luci della città. Miriam guardava la montagna di spazzatura impassibile. Era svenuta, poco prima nelle ultime ore della notte. Mi misi a pensare alla crudeltà come fossero i miei piedi scalzi, bagnati di un’acqua che non vedevo ma di cui sentivo la puzza, un odore acre che escludeva anche il bisogno di aiuto quanto più includeva un lasciarmi dormire, lì, senza una dimora, un’ingannevole vagabonda che ha lasciato Miriam senza la forza di rialzarsi e il cappello per la pioggia sull’appendiabiti accanto alla giacca di papà. Il sole come una lampada che ci passavamo, ci illuminò le mani e fu allora che compresi quasi fosse con una settimana di anticipo che Miriam stava soffrendo. La prossima scena si svolge in ospedale, per coloro che hanno una vita ricoperta di un paralume in affitto. Qualcosa, dico qualcosa di forte, sempre meno mi portava l’idea di tornare alla notte, era ora di mettersi tra i deboli e dichiarare un bisogno d’amore. La conoscevo poco Miriam, ci eravamo conosciute alla fermata dell’autobus dove gli altri di uno in uno di vuoto in vuoto ci lasciavano alla nostra fiera e al nostro black out.. Per chi non ci ha creduto mai, anche la tristezza si stanca di urlare e come vivere ciò che non ha bisogno di pensiero, vivere un testo fatto di nulla, anche debolmente si torna a ricevere il dono del tempo. Ritornare a vivere le ore, mentre il medico mi suggeriva cose. Avevo ancora bisogno di silenzio e accovacciai il mio corpo accanto a Miriam nella densità di questa luce che avrebbe nutrito il bulbo e squarciato il bagnato sui nostri corpi in cerca di ossigeno.
Emiliana Chiarolanza
foto Joel Sternfeld

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