lunedì 25 giugno 2018








In sala dopo 35 il sequel di Blade Runner
Non c’è pioggia né opacità surreali nel film di Denis Villeneuve, che con Blade Runner 2049, citando il poeta A. Rimbaud e la sete malsana oscura le mie vene.
Sinossi
Durante la cattura di un Nexus da parte dell’agente K della polizia di Los Angeles (Ryan Gosling) viene a conoscenza di un segreto che sconvolge l’equilibrio dell’agente. Questi si mette alla ricerca di Rick Deckard (Harrison Ford), un ex blade runner di cui si sono perse le tracce da 30 anni.
Geometrico e silenzioso, Blade Runner 2049 indaga sul mistero della creazione e della procreazione come potere e come possibilità. Se l’umano non ci appartiene allora ci appartiene l’universo come unità di potenza e di misura. Mentre i blade runner di 35 anni fa rivendicavano una propria autodeterminazione, qui si tratta di affrontare il desiderio di essere come possibilità di creare  per sé stessi.  Riconducendoci ai temi di A.I. di Spielberg c’è la stessa anima e il desiderio di questa che pulsa dietro la robotica e gli innesti, i sogni sognati da qualcun altro, la possibilità di essere figli e procreatori.
L’universo urbano di metropoli fantascientifiche si muove con l’occhio meccanico definendo uno spazio che non è interstellare bensì come luogo potremmo dire teologico laddove esiste un mistero. Un film magnetico il Blade Runner di Villeneuve che dirige un’opera con una personale autorità ponendo interrogativi sulla miseria dell’umano. Abbraccia i limiti del non possibile il tutto in uno spazio vasto, coordinato da una geometria che non rassicura ma che rappresenta una stagione dell’umano e del post umano.

Emiliana Chiarolanza


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